Alle soglie dei sessant’anni, dei quali quaranta sui più svariati palchi, Bob Mould torna con quello che è forse l’album più solare della sua discografia (basti il titolo). Lasciate alle spalle le atmosfere più buie dei dischi precedenti, così come certe divagazioni elettroniche spesso non pienamente riuscite, l’artista statunitense sembra redimersi nel sacro fuoco del rock’n’roll più grezzo e sincero.

Dodici brani in scaletta, dodici bombe. Fra richiami manco troppo velati al fulgido passato a nome Hüsker Dü, una rielaborazione preziosa dell’alternative rock a stelle strisce fattosi ormai classico e un’attitudine punk per nulla velata, questo tredicesimo lavoro solista scorre via d’un fiato lasciando in bocca quella sensazione di bevanda fresca e dissetante che continueresti a bere a ripetizione.

La title track, posta all’inizio, così come la conclusiva Western Sunset, utilizzando in modo eccelso gli archi dando un che di epico al tutto, sono frizzanti e contagiose; What Do You Want Me to Do e Thirty Dozen Roses richiamano il passato da padrino hardcore punk del nostro, Sunny Love Song, The Final Years e Irrational Poison sono le canzoni che i Foo Fighters non riescono più a scrivere da anni, così come I Fought è la sberla in faccia che manca in ogni uscita dei Pearl Jam dall’inizio del millennio ad oggi.

Varia, ma sempre con una forte e precisa identità, anche la seconda parte della tracklist. Sin King è il rock’n’roll secondo Bob Mould e non è troppo lontana da certi pezzi dei Social Distortion, Lost Faith ricorda i migliori R.E.M., Camp Sunshine rappresenta la tradizione americana (Springsteen su tutti), Send Me a Postcard è una cover al fulmicotone degli Shocking Blue. Un gran ritorno, grintoso e pieno di speranza. Un album che fa bene al cuore.

Andrea Manenti