15110928_1090265021095720_8562873516677790960_oVoce, delay e loop station. Sono solo tre gli ingredienti alla base di “Solastalgia”, l’EP di debutto del musicista milanese Luca Nilster, in arte Berg. Strato su strato, creano una trama di suoni tra ambient e trip-hop che rimane in bilico su una sottile linea tesa fra l’analogico e il digitale. Sono strati come quelli terrestri, che scontrandosi tra di loro hanno dato vita alle catene montuose. E Berg, in tedesco, significa proprio montagna. Montagna in quanto confine, ostacolo ambientale che necessariamente divide. Quello del confine è il tema centrale alla base del progetto, il silenzioso leitmotiv che serpeggia lungo le 5 tracce dell’EP. I confini adesso hanno cambiato forma. Non sono più fisici, ma mentali, autoimposti dall’uomo stesso, nel tentativo di regolamentare e restringere le infinite possibilità dell’intelletto.

Berg analizza, brano dopo brano, problematiche che ha particolarmente a cuore. Si concentra sui confini dello stereotipo di genere (Wrong), affronta il delicato tema dei migranti (Run), quello ambientale (Ice) e la difficoltà di sentirsi in pace con l’ambiente che ci circonda (Dreams). Proprio a questo è dedicato il titolo dell’EP, “Solastalgia”, che è un neologismo creato da un filosofo australiano, e significa “avere nostalgia di casa anche quando è proprio lì che ci si trova”. Una costante inadeguatezza al mondo in cui viviamo, che è in continuo mutamento e che non ci dà mai la possibilità di sentirci in un luogo sicuro. Un mondo che soffre, che non trova pace, torturato dalla brama di controllo dei gerarchi, che giocano con i suoi confini. Berg è in grado di percepire questa sofferenza, la disperata e straziante richiesta di aiuto che la terra gli rivolge. E, proprio a metà del disco, lo rivela in un momento catartico e si offre di dare una mano. “Planet earth is blue / Is there something I can do?” (Il pianeta terra è triste / C’è qualcosa che posso fare?), dice nel bel mezzo di Ice, in un momento in cui la musica si interrompe e le parole si caricano di significato. Parole che in questo disco hanno la stessa importanza della musica, e a testimoniarlo è anche il fatto che non ci sono veri e propri strumenti. Tutto proviene dall’uomo, dalla voce, che non ha limiti. Non ha confini. E il cerchio si chiude.

Alessandro Franchi