Non capita tutti i giorni di imbattersi in un’artista come Aurora D’Amico. Palermitana, 25 anni soltanto, Aurora è autrice di un folk-rock ben scritto e suonato con mirabile precisione insieme ai compagni d’avventura Fabio Rizzo (chitarra, drum machine, lap steel, voci), Ruggero Micciché (batteria, percussioni) e Carmelo Drago (basso). 
 
Il suo primo Lp, “So many things”, uscito per la 800A Records e distribuito da Audioglobe, suona come un album cantato e prodotto fuori dal Belpaese. Merito certamente delle numerose esperienze che Aurora ha già maturato oltre i confini nazionali, nonostante la giovane età. Nel 2013, per dirne una, era già una studentessa del Berklee Music College, dove ha perfezionato il suo modo di scrivere musica, per poi entrare per la prima volta in studio a Nashville. Un “sogno americano” coltivato fin da ragazzina (ha iniziato a comporre a 15 anni) e realizzato nel 2016 con il primo EP, “Barefoot”, prodotto e registrato da Nathan Mackenzie.
 
I punti di riferimento di questo esordio su lunga durata sono chiari e rimandano tutti al cantautorato femminile d’oltreoceano. L’artista non fa nulla per prenderne le distanze, ma si pone con sicurezza sulla stessa lunghezza d’onda, senza mai sfigurare. Il cantato in inglese è sicuro e convincente, così come la voce. Quanto ai contenuti, Aurora ha paragonato il disco a un diario personale composto da dieci tracce, scritto in periodi diversi, in Paesi diversi e volutamente aperto al resto del mondo, con qualche segreto nascosto tra le righe e tantissime storie in cui spero anche altri riusciranno a rispecchiarsi”.
 
Ogni brano assume velocità differenti. In the landscape parla di un viaggio sul retro di una macchina (ricordate il video di Ironic di Alanis Morrissette?) tra le campagne dello Yorkshire, mentre il singolo Oceans between us, più malinconico e incazzato, è un brano senza speranze e per questo affascinante. Infatti, è proprio quando il disincanto prende il sopravvento che Aurora D’Amico convince maggiormente (A way for me, Changing for you), così come nelle conclusiva So many things, la chiusura confidenziale di una lunga riflessione interiore.
 

Lo ripetiamo, in questo strano universo musicale italiano, in cui la qualità lascia sempre più spesso a desiderare (basta che suoni cool), un esordio come quello di Aurora D’Amico è una preziosa eccezione da non disperdere. Ciò che manca, forse, è un pizzico di originalità in più negli arrangiamenti. Ma è solo per trovare un difetto. Che questo disco sia il punto di partenza per una lunga e prolifica carriera.

Paolo Ferrari