Il disco si chiama come una serie di effetti di Batman e Robin degli anni ’60. E potrebbe starci benissimo come colonna sonora delle loro scazzottate. E niente, sono tornati gli Art Brut. Arrivati con l’ondata indie-rock degli Anni Zero ed esplosi fin dal primo disco con una serie di memorabili inni generazionali, Eddie Argos e compagnia erano spariti da un po’.

Adesso rieccoli qui, con un disco di rock a cassa dritta, che se lo spari a palla puoi far capire a tutti i tuoi vicini che sei un adolescente a cui il sistema non va a genio e sei qui per cambiare il mondo. Salvo poi arrivare ai 30 anni molto più tranquillo e consapevole del fatto che non puoi cambiare il mondo, ma solo te stesso. Il che rimane comunque la cosa più difficile al mondo.

Insomma, che posso raccontarvi di ‘sto disco? Mah, senza infamia e senza lode. Non ci sono singoli che si distinguono o pezzi memorabili. È solo un treno di 12 tracce, un po’ cantate e un po’ parlate, chitarre elettriche e rullanti. Mai titolo di un album è stato più preciso.

Fosse stato per me, dopo il terzo pezzo avrei spento e sarei tornato a giocare col Nintendo Mini. E invece, essendo io un uomo oberato da sensi di colpa devastanti, me lo sono comunque sentito tutto per essere sicuro che fosse nient’altro che fuffa. Dopo ‘sta botta, pure gli stacchetti di Sky Sport mi sono sembrati più melodiosi e orecchiabili.

E allora di che parliamo nel resto della recensione? Boh, che fate a Natale? E a Capodanno? Recentemente ho rivisto Conan il Barbaro, quello originale dell’82, gran bel film. Sapete che tra poco vado a Las Vegas? Che altro… Oh, mi son comprato un gran maglione di Super Mario Bros, così continuo a procrastinare all’infinito la fine della mia adolescenza.

È brutto ‘sto disco, altro che senza infamia e senza lode.

Marco Improta