archive-thefalsefoundationCapita raramente di restare affascinati da un disco. “The False Foundation” degli Archive è un lavoro che collassa verso il suo interno e sprigiona una luce che da fuori si riesce soltanto a percepire. Il segreto della band inglese è tutto qui. Nella sua capacità di annullare il processo di seduzione messo a punto dalla gran parte dei gruppi più genericamente rock, per lasciare spazio a un’innata forza attrattiva che è propria dei fuoriclasse. A che serve denudarsi, mettere in mostra la mercanzia, quando il fascino viene da dentro? “The False Foundation”, a dispetto del titolo, non mette in atto nessun negoziato con l’ascoltatore, nessuna forma di corteggiamento. La regola viene sovvertita a favore di un’opera chiusa in se stessa, avvinghiata perlopiù a un approccio che va oltre la forma canzone.

Tecnicamente parlando, gli Archive hanno ormai abbandonato il sound di Bristol per cavalcare con ammirevole destrezza i territori del moderno prog rock, dell’industrial più meccanico e del post-rock sporcato di soul. Ma al di là delle noiose etichette, la novità riguarda la straordinaria capacità della band di implodere in un sound che sa di passato prossimo, sgretolando le pareti che la tenevano in trappola da tanti anni. Non è un’operazione nostalgia, ma la fragorosa riscoperta di quella metamorfosi musicale avviata con l’insuperabile “You all look the same to me” del 2002. Quattro anni più tardi, gli Archive si sarebbero definitivamente trasformati da pura e semplice frontman band a un vero e proprio collettivo di musicisti. Un progetto variegato, aperto a differenti collaborazioni, che trova in quest’ultima fatica la sua sublimazione.

archive-3Il fascino di “The False Foundation” è accecante e al tempo stesso oscuro. Il pezzo d’apertura, Blue Faces, è un salto nel vuoto senza possibilità di risalita. Se nella prima parte del brano si abbassano subito le luci su cinque note ripetute in maniera ossessiva, la scia elettrochimica lasciata sul finale spalanca la scena sul resto del disco. Da Driving in nails in poi, infatti, ci si immerge in un immaginario cinematografico che passa da “Il Corvo” di Alex Proyas per sprofondare negli abissi cyber-punk di fine ’80. Atmosfere lugubri e sferraglianti già esplorate da molti, a partire dal maestro Trent Reznor (evocato anche nei toni più pacati di Splinters), a ritroso nel tempo fino ai Clock Dva di Adi Newton (The Pull Out e Stay Tribal). La title-track è di gran lunga il pezzo più orecchiabile dell’album: una bomba robotica ai limiti con la chiptune, che dovrebbe essere suonata in tutte le indie-disco della città (come insegnano i Divine Comedy). L’unico calo di tensione dell’intero disco, Sell Out, precede la chiusura in grande stile affidata a The Weight of the World, rivisitazione in chiave electro-industrial dei migliori Beach Boys.

Paolo Ferrari