Etere, secondo album dei triestini Alkene, continuando il lavoro già intrapreso in passato, deve la sua esistenza alla consapevolezza dei quattro musicisti capitanati dal cantante Elvio Carini di voler rendere palpabile qualcosa di evanescente, cioè, traducendo base base e in termini musicali, di voler rendere pop testi quasi metafisici che vogliono parlare dell’esistenza di qualcosa di percepibile nell’invisibile e questo attraverso l’utilizzo, oltre che della forma canzone, anche di moderni tappeti elettronici. Tutto ciò sembrerebbe all’apparenza molto complicato se non fosse che per far ciò gli Alkene utilizzano stili già ben codificati anche all’interno della nostra spesso retrograda penisola: per i tappeti elettronici pensate quindi ai Subsonica e soprattutto ai Tiromancino, per le melodie pop agli alunni beatlesiani Verdena (quelli degli ultimi dischi) e a Roberto Dell’Era, per i testi metafisici, o se preferite psichedelici, a una via di mezzo fra Alberto Ferrari (ancora i Verdena) e il maestro Franco Battiato. Tutti questi nomi tributati fortunatamente non danno però come risultato che questa nuova fatica degli Alkene sia un qualcosa di scontato e già sentito, anzi, il senso di dejavù prende l’ascoltatore solo in rari momenti durante lo scorrere degli undici brani di cui è composto “Etere”. Un plauso alla melodia di “Matahari”, all’inframezzo ritmico di “Oleandro” e all’oscurità di “Denso”.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
