12313716_1723983007831301_7552986070041576313_nAdrian Younge è una specie di santone del beat. Un profeta dell’urban music. Un predicatore della tastiera. Una versione nu-soul di Pharrel Williams. Il cugino modesto e defilato di Kanye West.

Losangelino, classe 1978, compositore, arrangiatore e produttore dalla prolifica carriera solista il cui acme è stato raggiunto con Adrian Younge presents Venice Dawn: Something about April (2012); ha inoltre collaborato con Ghostface Killah – di cui ha prodotto due album interi: Twelve Reason To Die e Twelve Reason To Die II – Jay-Z, Dj Premier, Bilal e infine Souls of Mischief per i quali ha tagliato e cucito su misura There Is only Now del 2014.

Il nostro genietto dell’R’n’B, tra una collaborazione e l’altra, ha anche trovato il tempo di dare alle stampe la sua ennesima fatica: Something About April II.

Se amate il jazz-soul raffinato in stile Gregory Porter, le voci calde e sensuali quali quelli di Jill Scott e Leela James e i tappeti sonori che dal bicchiere di vino conducono direttamente in camera da letto, questo è l’album che fa’ per voi: soffuso, delicato e sinuoso.

Anche troppo.

Nel senso che farsi il bagno con le candele accese e i sali minerali disciolti nell’acqua è bello sì, ma lavarsi in questo modo tutti i giorni è una gran perdita di tempo, soprattutto se siete sprovvisti di donnino in topless a fianco. Così come il budino al cacao, sarà buono buonissimo, ma non ci si può nutrire sempre e solo di ciò.

Adrian Younge commette, infatti, il passo falso che tutti i presunti portatori di nuovo verbo prima o poi commettono: diventano prolissi, pomposi e ampollosi. La nuova formula che inizialmente sembrava rivoluzionaria, se ripetuta uguale a sé stessa senza variazione o introduzione nuovi elementi, annoia.

Something About April II è proprio così. 13 brani, che per quanto di ottima fattura e di durata non eccessiva (la media è di 2,30 minuti a canzone), si assomigliano tutti l’un l’altro impedendo all’ascoltatore di capire esattamente quando ne inizia uno e quando l’altro termina. Risultando quindi un magma indistinto di suoni (stupendi) dentro cui perdersi.

Come una splendida moquette di un albergo a 5 stelle nella quale sprofondare, senza più trovare una via d’uscita per circa 40 minuti.

La differenza tra Adrian e i grandi produttori di black music di cui sopra, i veri pezzi da ’90, sta proprio qui: nel non sapersi mai rinnovare del tutto, nel riproporre sempre una stessa formula che, per quanto bellissima, risulta già sentita e un filino troppo pretenziosa.

Peccato, perchè prometteva molto bene.

Lesterio Scoppi

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