
Scoperta
Un tempo accadeva spesso. Era quasi la prassi. Adesso, invece, con tutti questi social, con tutte ‘ste piattaforme streaming che sono croce e delizia, la dimensione della scoperta è stata spazzata via dall’onnivorismo fine a se stesso. Prima dai una scorsa alla lineup. Poi, se non conosci una band, metti su un pezzo in macchina giusto per non arrivare a digiuno. Eppure, a volte, l’ignoranza è un presupposto per la felicità.
Mi è capitato recentemente con i Tare. Un nome che ai più, al di là della battuta calcistica sull’omonimo direttore sportivo del Milan, dice poco o niente. Quest’anno la band vicentina ha aperto una delle giornate del festival “La Prima Estate” a Lido di Camaiore (Lucca). Dopo di loro, tanto per capirci, hanno suonato Yard Act, Spiritualized e Mogwai. Un trio d’eccezione, che già da solo sarebbe bastato a rendermi più sopportabili un paio di mesi di calura e l’obbligo di crema solare. I Tare, però, in modo del tutto inaspettato, mentre il sole picchiava ancora forte sotto il palco, hanno piazzato la classica ciliegina prima ancora che la torta venisse servita. Allora ho preso appunti. E a casa, con calma, ho deciso di approfondire. Vogliamo farlo insieme?
Ispirazioni e Scena Vez
Facciamolo. Innanzitutto mettiamo in chiaro una cosa: i Tare sono essenzialmente un duo, composto dal batterista Leonardo Ziche e il bassista Alberto Munarini. Sul palco, però, si presentano in quattro, con Paolo Munarini alle tastiere e Andrea Moro alla chitarra. A unirli, dicono, sono l’amicizia, la buona cucina e la passione per un disco: “Taming the Dragon” di Mehliana, progetto d’avanguardia frutto della collaborazione tra i jazzisti statunitensi Brad Mehldau e Mark Guiliana. Musica strumentale, naturalmente. Come strumentale, in sostanza, è la musica dei Tare, già ben incastonati nell’universo che va dai Calibro 35 ad Alsogood, con testa e cuore nella nuova scena vicentina, la cosiddetta Scena Vez, guidata dai Delicatoni. Loro lo definiscono hardcore jazz, ma credetemi: si tratta di qualcosa di più variegato. E in quanto tale, ricco di ispirazione, rimandi e imbeccate futuristiche.
Il disco, le voci
Il primo EP dei Tare, “TESA”, è uscito nel 2019. Nel 2024 hanno pubblicato “POP”, un disco nato per musicare alcuni estratti del romanzo di Anna Chiara Bassan, “Il pop deve ancora venire”. Qui, però, ci interessa il loro ultimo lavoro, che è anche il primo LP della band. Si intitola “GAS”, ovvero l’espressione che i Tare usano quando sono particolarmente carichi ed entusiasti («Ad esempio, se dici a un amico “Andiamo a suonare a Milano la prossima settimana”, la risposta non può che essere GAS!», dicono loro). L’album, uscito per la neonata etichetta Bogdan Du Sol, comprende 12 tracce che soddisfano l’interesse nato dopo averli sentiti dal vivo e anzi aprono nuovi percorsi d’ascolto più riflessivi.
Come si diceva, il menù è piuttosto vario. L’impostazione è sì jazz, ma una volta seduto a tavola, nel piatto ci trovi tutt’altro, dal dub all’elettronica glitchata. Synth più o meno vintage e bitcrusher. Basta il brano di apertura, Ad DnB, per catapultarsi in un flusso drum’n’bass (perché a guidare i Tare, dopotutto, sono proprio batteria e basso), che fa da tappeto a una sorta di ambient acida un po’ anni ’90. E a proposito di tappeto, e di tempi che furono, ad accompagnare le note di questa prima traccia c’è un audio campionato di Alessandro Orlando, il re delle televendite, un volto arcinoto per chi non è più un ragazzino, capace di ammaliare diverse generazioni di spettatori dagli studi di Telemarket.
Altro GAS
Scusate se insisto, ma questa è una peculiarità dell’album. Voci più o meno riconoscibili di personaggi diventati “meme” popolano le canzoni di “GAS”. E’ un’operazione apprezzabilissima, perché da una parte sopperisce alla mancanza del canto, dall’altra racconta una storia, offrendo, grazie alla musica, una lettura diversa. Come in Poke, dove su un ritmo in levare, ma oscuro e downtempo, si svela la parabola tragica di Andrea Alongi, il ragazzo di Parma diventato celebre per la deposizione, involontariamente comica, resa durante un processo trasmesso da “Un giorno in Pretura”. In Fettine il suono si dimena in slow-motion tra le urla disperate di quella signora che qualche anno fa venne ripresa in strada mentre gridava “le fettine di vitello non ti vanno bene?”.
Altrove si può sentire l’intervista (finta) del mitico Roberto da Genova, altro tormentone dell’internet, con un bell’assolo di sax free jazz, e soprattutto quella di un giovane Paolo Villaggio. C’è anche altro: Costeene mescola la DnB al tex-mex, Gigi è la colonna sonora di un videogioco arcade, Carne separata meccanicamente (feat. Carlo Zulian) sembra un pezzo di Bugo vent’anni dopo.
Tutto molto bello, direbbe il compianto Bruno Pizzul. Con una certezza in più: dal vivo questi musicisti regalano uno spettacolo inatteso. Chi avrà letto questa recensione potrà arrivare più o meno preparato al prossimo concerto. A tutti gli altri, lasciamo il piacere della sorpresa.
Paolo

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
