Ormai i Pere Ubu del nuovo millennio sono un pianeta ben assestato di musicisti che ruota attorno al sole costituito dal cantante e autore David Thomas. E in quanto ben assestato sistema rock-galattico, sono assurti anche alla dimensione del classico, quasi dell’accademico. Come altri rocker out o maledetti, ad esempio Nick Cave, anche il gruppo di Cleveland è passato dall’avanguardia alla cultura alta, in una fase della storia della musica popolare in cui una parte di questa stessa si è fatta standard, repertorio e forma consolidata, sebbene alcuni autori di classe superiore riescano a produrre risultati che, se non sorprendenti e spiazzanti, sono quantomeno formalmente ragguardevoli.

Penso ad esempio alla carriere dei fu Sonic Youth: dove ve li immaginate a proporre le loro sinfonie rock? In una bettola di biker, in un centro sociale o a teatro? Serve rispondere? Questo per dire che no, i Pere Ubu non sono più i pionieri dell’avant-garage, i distruttori della melodia pop degli anni 60 e i patafisici del rock come nella loro prima incarnazione, quella terminata nei primi anni 80 con il loro scioglimento. Ma questo in fondo si sapeva da tempo. La novità, se facciamo la media delle ultima uscite, a mio avviso resta il tono rock, sanguigno, carnale, che la loro musica sta assumendo, e che prima non aveva davvero mai avuto in misura così sensibile.

Non a caso David Thomas nell’ultimo decennio ha anche riesumato i Rocket from the thomb, il gruppo proto-punk dalle cui ceneri nacquero sia gli autori del disco che stiamo recensendo sia i Dead Boys, campioni per pochi anni del punk rock più brutto, sporco e cattivo di fine anni 70. Quindi tra le tracce di “20 Years In A Montana Missile Silo” potete trovare 4/4 aggressivi, blues rock atmosferici e quasi ballad, come in certi album di adult oriented rock anni 70. Il tutto è deformato, come ci si può aspettare dai nostri, certo con un effetto finale diverso rispetto alle loro opere più di rottura. Ma questo perché il materiale di partenza è cambiato.

Se volete, potete vedere il tutto come una messa in musica del cinema espressionista tedesco. Manca però la vena dada e incendiaria dei primi anni, o meglio è diventata meno introversa e più consapevole di sé. Più adulta? Più disincantata? Fate voi.

Come in alcune delle loro ultime raccolte, il salto rispetto ai “vecchi” o “classici” Pere Ubu si sente soprattutto nell’uso del synth rispetto alla chitarra: il synth analogico è sempre stato una specie di seconda voce che interrompeva un flusso sonoro in cui la chitarra aveva abitualmente un ruolo abbastanza misurato, mentre in questa raccolta la sei corde ha il proscenio che le spetta, con tanto di riff alla Chuck Berry. Il synth invece lavora un po’ come da contrappunto alla stessa, con folate che spesso sembrano classiche “svise” rock-blues.

Non pensate però ad una svendita alle radio FM o al canto (stonato) del cigno, perché soprattutto quando la velocità rallenta, il suono brilla di una texture che ha anche un non so che di cameristico, se non addirittura, in certi momenti, di orchestrale, quando le canzoni dei cari vecchi Pere Ubu (primo 45 giri nel ’75!) sembrano risentire vagamente del pop baracco che tanto è in voga in questi ultimi anni.

Alessandro Scotti