“Witness” di Benjamin Booker sarà l’album più sottovalutato del 2017. L’LP d’esordio del rocker di Virginia Beach, Benjamin Booker, uscito nel 2014 per Rough Trade Records, era una raccolta di 12 canzoni sporche, ruvide e adrenaliniche come non se ne sentivano da un po’. Magari lievemente acerbe e non del tutto a fuoco, ma indubbiamente degne di nota. Eppure è passata inosservata da queste parti.

Il buon Benjamin ritorna oggi più maturo e più consapevole con la sua seconda fatica, sempre edita dalla celebre etichetta inglese. L’avventura comincia in Messico, paese esotico e remoto dove il cantautore si era rifugiato per scappare dai problemi che lo attanagliavano in patria. Ma il nostro eroe, invece che perdersi tra Tequila e Mariachi, ha ritrovato sé stesso, per fortuna sua e per fortuna nostra. Esattamente come recita la frase di James Baldwin“Once you find yourself in another civilization you are forced to examine your own”, così il sig. Booker ha capito che i suoi problemi nascevano dall’aver nascosto a sé stesso le proprie paure. Le stesse paure che quotidianamente attraversano la comunità afroamericana: il razzismo, la povertà e l’emarginazione. Gli omicidi ingiustificati da parte della polizia, le rivolte e il movimento Black Lives Matter hanno finito per influenzare la scrittura dei 10 brani che troviamo all’interno di “Witness”.

Witness, cioè testimone. L’artista, sul sito personale, spiega la scelta del titolo scomodando addirittura il Vangelo di Giovanni: “Pilato chiese a Gesù se fosse un re. Gesù risponde: ‘Tu dici che io sono un re, perché sono nato e per questo sono entrato nel mondo per testimoniare la verità, e tutti quelli della verità odono la mia voce’ “. E più avanti ribadisce che “Witness asks two questions I think every person in America needs to ask. ‘Am I going to be a Witness?’ and in today’s world, ‘Is that enough?’”. 

Da questa necessaria presa di coscienza sociale nascono sia l’ispirazione per comporre i nuovi pezzi che un’istanza di cambiamento musicale. In luogo del fangoso punk-blues dell’esordio troviamo invece influenze alternative soul e R&B. Ad esempio le sezioni di archi di Believe e Motivation sono delle gradite sorprese per chi segue il musicista statunitense dalla prima ora, così come il pianoforte presente in Off The Ground e in Carry, per non parlare dei cori gospel che puntellano Truth Is Heavy e Witness. Questi ultimi cantati addirittura da Mavis Staples, featuring impensabile anche solo fino all’anno scorso. Elementi nuovi che si sposano perfettamente con l’immutata attitudine garage (All Was Well), le bordate elettriche (Right On You) e la voce grave e graffiante di B.B.
Il ritorno più gradito di questo torrido inizio giugno.

Lesterio Scoppi

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