
Tre anni dopo la fucilata con cui aveva chiuso “Tremors”, il cuore pulsante di Christopher Taylor, in arte SOHN, torna a battere attraverso dieci pezzi dal gusto minimale per 4AD. Rennen non si discosta troppo da altri lavori meglio riusciti (inevitabile il confronto con James Blake): in alcuni punti più godibile di altri (parte molto bene con i primi tre brani, pubblicati anche come singoli) sembra non aggiungere molto in un ambiente in cui questo suono ha trovato terre fertili.
Il disco scorre rapido, accarezza diversi generi scivolando tra synth e sonorità più black. Rimane fedele all’elettronica anche quando si arresta, in un’atmosfera r&b, a volte rischiando di esagerare proponendo un soul già suonato abbondantemente. Nel minimalismo degli arrangiamenti che pervade gran parte della corsa si insinua tutto intorno la voce scura di Taylor (Proof). Non mancano vibrazioni più metalliche (Signal), la produzione si fa martellante, la chiave di comprensione è racchiusa nella ripetizione incessante della parola (Falling). Alla fine dei quaranta minuti rimane solo un sottofondo angusto. Il produttore inglese rimarca ciò che aveva dimostrato di saper fare con il lavoro precedente, a questo giro confondendosi negli scenari di un suono in cui l’asticella per distinguersi si sta inevitabilmente alzando.
Caterina Gritti

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
