helmetdeadtotheworldcdUn decennio per diventare leggenda, mescolando noise, blues e metal ed incidendo due capolavori della musica pesante quali “Strap It On” (1990) e “Meantime” (1992). Sei anni per rifiatare e tredici di reunion che reunion non è, dato che della formazione originaria l’unico rimasto è il leader, cantante e chitarrista Page Hamilton. Con questo “Dead to the World” gli Helmet arrivano al quarto album post-rinascita, pareggiando così il numero di lavori pubblicati durante la “gioventù”.
Gli Helmet del nuovo millennio poco da spartire hanno con quelli cattivi, cattivissimi (ma geniali) degli anni Novanta, avendo scelto di lasciar perdere in larga misura la potenza calcolata loro marchio di fabbrica, da cui sarebbe nato da lì a poco il meglio del nu metal (la prima ansia di Korn e Deftones dovrebbe tutt’ora pagarne i diritti).

Quest’ultima pubblicazione continua quindi la rivisitazione personale e secondo millennio style di certo hard rock, riprendendo sì l’ultimo decennio del secolo scorso, ma più che il suono di loro stessi, quello di band quali Kyuss, Deftones (che sia una sorta di passaggio di consegne fra l’allievo e il maestro ormai superato?) e Foo Fighters. I punti più alti dell’intera tracklist si raggiungono quando Hamilton riscopre la brutalità in canzoni quali “Expect the World” e “Die Alone”, nella cover divertissement di Elvis Costello “Green Shirt” (un vero e proprio gioiello di crossover fra classicità british e potenza statunitense), nel post grunge di “Bad News” e nel rallentamento stoneriano dell’opener track “Life or Death”, in versione slow (l’originale altro non è che una copia, nemmeno brutta, ma una copia, della creatura più personale e redditizia di Dave Grohl).
Un buon album per i fan, nulla di più, nulla di meno.

Andrea Manenti