La candida ragazza del Canada è tornata. Basia Bulat ci aveva fatto innamorare con brani come il delicatissimo It Can’t Be You o il più recente Heart of My Own, parlandoci di solitudine e cuori spezzati, accompagnata dalle note dolci della sua chitarra e del suo inusuale autoharp.
Adesso la bionda cantautrice arriva con il suo quarto lavoro sotto braccio, tenuta per mano da Jim James dei My Morning Jacket, produttore e regista di questo Good Advice. Probabilmente proprio sotto suo consiglio, decidete voi se buono o cattivo, il nuovo album mescola il luccichio del synth ai suoni più morbidi dell’analogico, con qualche tastierina che fa capolino qua e là.
Anche questa volta, come ogni altra, Basia Bulat ci abbraccia con la sua voce limpida e fresca. Che continua ad essere meravigliosa, anche che se si è piegata a qualche ritornello più orecchiabile – uno su tutti quello di La La Lie – o ha rischiato di scivolare nel banale con Time. In Good Advice riecheggiano un po’ ovunque più grinta e più sicurezza: con Long Goodbye Basia Bulat sembra salutare la vecchia se stessa, come a dire «beh non sono più la dolce biondina del nord, voglio fare di più». Anche se questo significa prendere una via più facile: quella di una decisa apertura al pop.
Per ritrovare la ragazza che ci aveva affascinato con la sua malinconica timidezza, dobbiamo attendere le ultime tracce di quest’album che risulta sicuramente più da classifica dei precedenti. Non l’abbiamo perduta per strada, è semplicemente a un bivio, e il tempo ci dirà quale strada avrà deciso di imboccare. Nell’attesa, restiamo qui davanti a lei. Ha ancora tutte le carte in regola per farsi ascoltare fino alla fine.
Laura Musumarra
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Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
