a0460352393_10La cultura dell’isolamento: siamo costantemente connessi a tutti eppure in fondo alienati, condividiamo informazioni sui social network senza partecipare fisicamente a nessuna discussione. E no, non si tratta affatto di essere nostalgici di quando non avevamo internet. Ma anche l’isolamento della cultura: mentre siamo intenti a stordirci di wikipedia e a disseminare like su facebook, continuano a chiudere spazi sociali indispensabili, aumentano i tagli alla cultura, resta imbarazzante il paragone con le politiche adottate in altri altri paesi, la società e le istituzioni ignorano i soggetti meno allineati. Quindi è sacrosanto che qualcuno fra questi alzi il tiro e torni a pubblicare album che abbandonino il privato per il politico. Certo non si torna in strada a fare le barricate, ma si scuote un governo, si aggredisce una città sonnolenta e indifferente, si alza la voce, si cerca lo scontro. Non sto parlando dell’ultimo lavoro dei 99 Posse, ma di “Isolation Culture”, il nuovo album di His Clancyness, ovvero l’ex progetto solista dell’inarrestabile Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), che oggi è una band vera e propria.

La formazione si è rinnovata: a metà dell’ultimo tour è uscita Emanuela Drei (ex Heike Has The Giggles, ora Giungla) ed è entrato al basso Nico Pasquini (ex Buzz Aldrin, Stromboli). L’amalgama si è cementata suonando in giro per l’America e l’Europa; oltre un centinaio di date fra cui spiccano le partecipazioni a festival prestigiosi come l’ATP e il SXSW e le performance in radio nazionali come BBC e Rai Radio2. Poi c’è stata la pausa prolungata dopo il tour, periodo in cui sono nati a Bologna, grazie a Clancy e Pasquini, gli Strange City Studios. Lì dentro hanno iniziato a prendere forma i brani entrati a far parte di “Isolation Culture” che sono poi passati da Leeds e Bristol, registrati da Matthew Johnson (Hookworms), che aveva già collaborato a “Vicious”, e da Stu Matthews (Portishead, Beak, Anika). Il secondo lavoro targato HC è uscito per Maple Death Records, Tannen Records (Eu/Uk) e Hand Drawn Dracula (ROW). Cosa è cambiato rispetto al loro album d’esordio, “Vicious”? Oltre al piglio più battagliero dei testi, la scrittura dei brani sembra più sicura, più a fuoco. Frutto anche di un lavoro più vario, stratificato e corale. Convivono dentro “Isolation Culture” tanti stati d’animo, quante sono le fasi di un conflitto; anche i momenti più tranquilli sono percorsi da un disagio, una tensione e da un’irrequietezza che attraversano tutto l’album. Sentirsi schiacciati, frustrati, ma avvertire comunque la necessità di lanciare una sfida. Cadere e rialzarsi più risoluti, calmi e agguerriti. Si delinea un suono sempre più asciutto, denso e riconoscibile, nitido senza essere freddo, anche quando la saturazione e l’attitudine lo-fi sembrano prendere il sopravvento. Come in Nausea, dove a una prima parte di voci distorte su un andamento caracollante e ipnotico, segue una seconda metà che sembra essere stata presa in consegna da Frank Black e Alan Vega. L’anima degli HC che si è evidentemente affinata di più è quella che ricerca la forma-canzone indiepop, o art-pop, o noise-pop. Insomma, pop. In tal senso tre esempi risultano eclatanti: la straniata Watch Me Fall, ballata lunare e oppiacea, Isolation Culture che sembra arrivare dritta dal prossimo album degli Arcade Fire e soprattutto la meravigliosa Dreams Building Dreams, introdotta da un parlato di Pasolini e conclusa da un finale dilaniato di sax e synth che ricordano dissonanze no-wave.

sirenfest_hisclancynessUranium comincia come viaggio kraut intossicato dai synth (menzione d’onore alle tastiere di Giulia Mazza che ammantano tutto l’album di un pulviscolo retrofuturistico, determinando un tangibile sfasamento spazio-temporale), ma non mancano puntate nei più consueti territori del dream pop. Ne è prova Calm reaction, intorpidita e vischiosa come il risveglio dopo una sbronza presa a un festival chill-wave. Le atmosfere urbane, notturne e desolate del post-punk rivivono nella minacciosa Pale Fear, il primo singolo estratto, o in Xerox Mode, siluro che ci riporta in piena Manchester primi anni 80. C’è spazio anche per un paio di momenti meno strutturati che ricordano l’anima più sperimentale degli HC. Una è l’invocazione ossessiva di Isolate Me, che in meno di un minuto riesce a trasportarci in un club semivuoto dove i Sonic Youth hanno appena smesso di suonare Bad Moon Rising. L’altra è Cultuuure, un rapido e improvviso agguato psych-noise. La chiusura è affidata a Only One, uno spiraglio di luce che marcia spedito su basi elettroniche, dedicato alla passione, a quello che ci aiuta a continuare, nonostante tutto, fiduciosi nell’ostinata costruzione dei nostri sogni. “Isolation Culture” è un album solido e punta fuori dai confini nazionali, dove certi suoni non costituiscono certo un’eccezione. Lo ritroveremo fra un mese in molte top ten di fine anno, ovviamente non solo quelle italiane.

Andrea Bentivoglio