Milano, 8 febbraio 2026
Chi ama la musica ben suonata, non può non amare i Whitney. Pare lo slogan di un sexy shop, di quelli che trovi sulla statale accanto al benzinaio, ma in effetti il concerto della band di Chicago ha avuto molto a che fare con la pornografia. Nel senso: l’altra sera, sul palco del Circolo Magnolia, è andata in scena la rappresentazione di ciò che ogni spettatore vorrebbe vedere e soprattutto ascoltare. Fantasia erotica per le orecchie, siero afrodisiaco per audiofili. Se poi ci aggiungi che il palco prescelto non era quello grande e un po’ freddo nel tendone, ma quello piccolo e accogliente incastonato accanto al bancone, va da sé che il concetto di intimità, intesa come stretta vicinanza sia fisica che emotiva, si è potuto esprimere nelle condizioni ideali.
C’è anche da dire che il cuscino dei Whitney era già stato ben sprimacciato dall’esibizione di Old Fashioned Lover Boy, all’anagrafe Alessandro Panzeri, tornato a suonare dopo anni di silenzio, solo per questa occasione. L’artista di origini campane ha rispolverato i suoi vecchi pezzi, tutti molto belli, proponendoli nella loro versione più essenziale, chitarra e voce, ammaliando proprio come un tempo. Riprendere così, all’improvviso, un discorso ormai abbandonato per scelta professionale e artistica, non deve essere stato facile. Ma per chi era lì, in religioso silenzio, ad ascoltare quelle canzoni, è stato un piacevole tuffo nel passato.
I Whitney hanno abbracciato la morbidezza espansa rimasta nell’aria e infilato una ventina di pezzi, uno dietro l’altro, dando l’effetto quasi allucinogeno di assistere a un unico, lunghissimo brano. Julien Ehrlich, sempre più simile a un John Lennon in versione grunge, si è fatto come al solito in quattro tra batteria e voce. La prima, suonata con il piglio vagamente psych ereditato dai tre anni di militanza nella Unknown Mortal Orchestra. La seconda, pulitissima e perennemente in falsetto, interpretabile a piacimento come un fastidioso limite o come il manifesto imprescindibile del duo. Già, perché al suo fianco, naturalmente, c’era il buon Max Kakacek, taglio da informatico fuori corso e montatura tonda d’ordinanza. I suoi ricami di chitarra sono da sempre l’ossatura del gruppo.
Ai due titolari del marchio, si aggiungono altri quattro elementi (basso, seconda chitarra, tastiere, tromba e synth), tutti molto prossimi alla perfezione. La band così composta si è presentata al pubblico milanese (ridotto, ma selezionato) con Silent Exchange, la canzone che apre anche l’ultimo lavoro “Small Talk”. Dal nuovo disco è stata tratta la gran parte della scaletta, dove comunque hanno trovato spazio anche parecchie “hit” dai primi due album. Totalmente assenti le sperimentazioni più “groovy” di stampo soul-pop tentate in “Spark”, il terzo disco uscito nel 2022.
Il famigerato falsetto, come già nei piú frivoli Bee Gees, dona al sound dei Whitney una patina di malinconia che si è fatta fortemente sentire in pezzi come Dandelions e Darling. Intorno ai tormenti di Ehrlich, la band ha costruito come sempre un’impalcatura in stile roots rock, sotto lo sguardo attento degli umarell Doobie Brothers, America, Steely Dan e The Band.
In concerto, le canzoni dei Whitney suonano pari pari all’originale, sostanzialmente prive di qualsivoglia forma di improvvisazione. Nonostante questo, la dimensione live ne accentua una caratteristica che su disco si coglie meno, ovvero la tendenza a chiudere in modo corale, in un crescendo quasi beatlesiano. Golden Days, Polly e No Woman, il loro brano simbolo, ne sono una splendida dimostrazione.
Tra i bis è spiccata Dave’s Song, ma scegliere la migliore è un’operazione difficile. Tutta roba di livello, insomma, che ribalta completamente l’accezione un po’ snob che si dà alle nozioni di soft rock e easy listening. “Semplificare” l’ascolto, per così dire, è spesso più complesso che complicarlo. Se ci riesci così bene, allora ti si ama.
Paolo

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
