Bill Callahan

È proprio bello quando, dopo più di trent’anni di carriera, un artista riesce ancora a dimostrare il suo valore. Bill Callahan torna infatti con questo suo quattordicesimo album per alzare ancora una volta l’asticella del suo talento cristallino. Dodici canzoni per un mix unico di folk americano, melodie, rumore e atmosfere cupe, il tutto sempre incorniciato dalla sua cavernosa, emozionante e unica voce.

Questo piccolo grande gioiello si apre con Why Do Men Sing, un brano in cui il musicista del Maryland descrive Lou Reed come spirito guida in un viaggio immaginario. The Man I’m Supposed To Be si basa invece su un giro particolarmente ansioso, per sfociare poi in un noise chitarristico di marca sonica. Bellissima è la ballad dal più classico sapore folk-rock Lonely City, che si erge su un riff da manuale. Intimamente emotiva la più soffice Empathy.

West Texas omaggia Victoria Williams e i Pearl Jam dell’immortale Crazy Mary, con la quale condivide certi fraseggi e la sua innata forza. Computer inneggia ai musicisti che ancora credono nell’analogico, erigendo una barriera contro l’eccessivo utilizzo della tecnologia all’interno dell’arte sonora. Più serena e solare è invece la ballabile (intorno al fuego, come da testo) Lake Winnebago, sorprendente la jam di And Dream Land. Il disco si chude con l’ambient spettrale di The World Is Still.

Andrea Manenti