zen circus il fuoco in una stanzaInsomma, com’è finita la guerra mondiale? Non parlo della prima, e neanche della seconda. Parlo della “Terza Guerra Mondiale”, quella innescata due anni fa dagli Zen Circus con il loro penultimo album. La risposta è in questo nuovo lavoro, “Il Fuoco in una Stanza”, uscito il 2 marzo 2018 per Woodworm Label e La Tempesta Dischi. Un ascolto lungo e a tratti faticoso, vista la mole di materiale (tredici tracce per quasi un’ora di musica) e l’importanza dei suoi contenuti.

Continuando a ragionare in termini militari, possiamo dire con certezza che la band pisana abbia sempre combattuto all’attacco. Una strategia che in vent’anni di carriera si è rivelata vincente in ogni singola uscita. Andrea Appino e soci, dunque, sanno bene come si guida l’offensiva. Bisogna disporre di una buona massa di manovra e puntare tutto sull’effetto sorpresa.

Ebbene, con “Il Fuoco in una Stanza” i nostri toscani preferiti hanno seguito come di consueto queste due regole fondamentali. Innanzitutto hanno gonfiato i muscoli e rimpolpato la truppa con l’innesto del Maestro Pellegrini alle chitarre. Poi hanno optato per il cambio di rotta, con una virata improvvisa verso un alt-rock cantautorale che non ti aspetti. Concordato il piano, il disco si era presentato benissimo con il primo singolo, Catene (qui il video). Ma nella sua interezza mostra qualche punto debole. Ecco quali.

Cosa non funziona I: L’impalcatura

Partiamo dalla musica. Mi chiedo: dov’è finito il tradizionale combat-rock degli Zen? Che fine hanno fatto i suoni grezzi e affilati con cui per anni hanno stracciato le uniformi color pastello delle compagini più posate della scena indie? A dirla tutta, l’evoluzione verso un uso più elegante delle armi era già iniziata con “La Terza Guerra Mondiale”. In quel disco, tuttavia, il sound risultava potente, potentissimo, anche in un capolavoro di ballata come L’anima non conta. Ne “Il Fuoco in una Stanza”, invece, la rincorsa alla compattezza si traduce in un aumento del volume a discapito dell’energia. La produzione artistica, di norma, dovrebbe ritagliare il suono di un album sulle qualità della band. Qui, al contrario, la forbice fa il giro largo intorno al perimetro del disco. E il risultato è un prodotto ben confezionato, ma fin troppo imbellettato. In quattro brani su tredici (La stagione, Il fuoco in una stanza, Il mondo come lo vorrei e Caro Luca) è stata introdotta anche l’orchestra, che ha (questa sì) un piacevole effetto straniante rispetto al passato.

Cosa non funziona II: Le citazioni

Un’altra grande qualità del Circo Zen è sempre stata la capacità di imporre uno stile riconoscibilissimo, diverso da chiunque altro, pur richiamandosi ad alcuni modelli classici (Rino Gaetano nella voce di Appino, Pixies e Violent Femmes guardando all’estero). In quest’ultima fatica le citazioni cambiano radicalmente e si fanno esplicite nelle dichiarazioni d’intenti. Il cielo nella celebre stanza di Gino Paoli diventa fuoco, mentre i capelli dei Nomadi di Come potete giudicar si trasformano in ferite negli Zen de La Stagione. E a proposito di questa canzone, tra i capitoli migliori del disco, si iniziano a sentire le influenze di cantautori italiani moderni come Le Luci della Centrale Elettrica e Brunori Sas (la già citata La Stagione ricorda a tratti Le ragazze stanno bene di Vasco Brondi; Il mondo come lo vorrei fa tornare alla mente Guardia ’82 del collega calabrese). Nei brani più spinti, invece, riecheggia addirittura il punk-rock britannico dei The Fratellis (La teoria delle stringhe è la Chelsea Dagger degli Zen). L’ispirazione, in questo senso, manca un po’.

Cosa funziona: La scrittura

Ma “Il Fuoco in una Stanza” non è tutto da buttare. A rendere il disco “importante”, a salvarlo se vogliamo, è la definitiva consacrazione di Appino come autore illuminato. Poetico e battagliero al tempo stesso, la sua abilità di scrittura è la punta di diamante di un album che altrove vacilla. I suoi testi giocano questa volta la carta dell’introspezione, incuneandosi nell’animo umano anziché aprirsi all’esterno come in passato. L’esplosione di colori a cui eravamo abituati è sostituita da un’implosione dalle tinte violacee. L’invettiva socio-politica lascia il posto a una sbronza di sentimenti amari e rapporti umani non sempre risolti. Si tratta pur sempre di conflitti, combattuti non più con la pistola puntata alla tempia del nemico, ma dentro di noi, sotto l’armatura. Sono le macerie lasciate sul campo di battaglia, quel che resta di una lotta portata avanti per tanti anni a suon di canzoni. È questo, dunque, il risultato della “Terza Guerra Mondiale” degli Zen Circus. Il dramma umano che è tipico dei dopoguerra.

Paolo Ferrari

 

Date del tour:
13-apr Bologna – Estragon
19-apr Milano – Alcatraz
20-apr Venaria Reale (TO) – Teatro della Concordia
21-apr Genova – Supernova Festival
27-apr Firenze – Obihall
28-apr Marghera (VE) – Centro Sociale Rivolta
04-mag Roma – Atlantico