Riflettiamoci un attimo: i più grandi cineasti, da Billy Wilder a Ron Howard, si sono sempre cimentati con l’epica del giornalismo fatto artigianalmente, scritto e diffuso da personalità sovente integerrime, devote al verbo di Joseph Pulitzer e mosse dall’esclusivo interesse generale. Poteva mancare Steven Spielberg? No, e infatti con The Post ha scritto e diretto un film, parafrasando quel tale, “utile, bello e vero”.
Il piombo fuso che cola a profusione, le rotative azionate dagli operai e quei pacchi di carta legati da un filo così resistente rimandano a un mondo nel quale la Stampa era innanzitutto un oggetto, fisico e materiale come tutte le cose; con le conseguenze che ciò comportava in termini di autorevolezza e credibilità.

Era a caccia di lettori il Post diretto da Ben Bradlee (Tom Hanks), in un momento nel quale il pubblico, ora sempre più vasto grazie al ’68, al Vietnam e a mille altre cose, rivendicava un ruolo di soggetto attivo e partecipe nella fruizione delle notizie (eccola lì in piazza, la generazione pre-social). È nel ’71 che arriva la ghiotta occasione di scalzare il primato del New York Times e diventare così una voce forte e libera nel panorama della carta stampata. Con i cosiddetti Pentagon Papers, in pochissimo tempo, la redazione legge, esamina e riordina una mole enorme di materiale che riguarda l’operato delle ultime quattro presidenze, da Truman a Nixon, e implica una fortissima messa in discussione delle scelte dei governi imposte alla nazione per tacere i propri interessi nelle guerre di Corea e Vietnam. In questo lavoro condotto in pochissimo tempo e senz’alcun mezzo a disposizione, se non la propria professionalità e quel tanto di spregiudicatezza, risiede il valore del lavoro giornalistico: di trasformare la Storia in documento comprensibile, tramandabile.
Chi compie l’ultimo passo decisivo alla pubblicazione di carte così compromettenti, caricandosi sulle spalle il rischio di vessazioni giudiziarie o peggio di vedere il proprio giornale fallire, è l’editore Katharine Graham (Meryl Streep); figura affascinante di donna che, suo malgrado, si ritrova a capo di una testata della quale sa poco, ma di cui intuisce il potenziale e l’utilità presso l’opinione pubblica. Per ciò stesso, sarà lei a difenderne l’operato e l’indipendenza, esortando i giornalisti a compiere il loro lavoro, al riparo da ogni pressione.
The Post celebra la pluralità del giornalismo che significa ascolto di tutte le voci, lettura attenta del proprio lavoro e scrittura rigorosa basata sui fatti. Come diceva Joseph Pulitzer “esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Tutto molto spielberghiano.

Alberto Scuderi