nofx_first_ditch_effortE allora parliamo di preistoria. Nel 1997 una mia amica di penna (già, l’inchiostro andava ancora per la maggiore) mi spedì una busta con dentro una fotografia. Era uno scatto rubato tra gli spettatori di un concerto. In primo piano, un po’ sfuocato, c’era il faccione di un tizio con gli occhiali da sole. Sul retro aveva scritto: “Ti regalo la foto che ho fatto a quella chiatta di Fat Mike dei Nofx (tranquillo, mi sono fatta un doppione)”. La rigirai e la osservai bene: era proprio lui. L’uomo che cantava il mio disagio giovanile, ritratto in una fotografia vera, scattata chissà dove. Quella era l’epoca di “Heavy petting zoo” e “So long and thank you for all the shoes”. Una vita fa. Dentro quei dischi, e più ancora nei tre precedenti, c’era buona parte della storia dell’hardcore melodico americano. Per tanti ragazzetti come me, erano una scorciatoia verso la trasgressione.

Diciannove anni e un milione di concerti dopo, esce questo “First Ditch Effort”, il tredicesimo album in studio della band californiana. Non c’è dubbio: la notizia di un nuovo disco dei Nofx fa sempre un certo effetto. Ma che senso può avere, nel 2016, un nuovo disco dei Nofx? So perfettamente cosa aspettarmi. So che le cose, da quelle parti, non sono certo cambiate. Purtroppo, però, so anche che nessun nuovo disco dei Nofx potrà più avere lo stesso valore di “Ribbed”, “White trash…” o “Punk in drublic”. Il primo ascolto di “First Ditch Effort” ne è l’amara conferma. Le 13 tracce dell’album ripropongono il suono già ampiamente sperimentato dai Nofx del nuovo millenio: un punk melodico meno votato all’hardcore, qualche strappo alla regola, scatti di rabbia qua e là, reminiscenze skate punk e il definitivo abbandono della macedonia ska-core.

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Il discorso potrebbe anche chiudersi qui, con una sufficienza risicata e un premio alla carriera. Ma si riapre inaspettatamente al secondo, sudatissimo ascolto. L’ossatura resta quella, per carità, fin troppo diretta e a tratti scontata. A sorprendere, invece, è il senso che quelle stesse note acquistano alla luce dei nuovi testi di Fat Mike. Il mix di insulti, humor e ruttoni di cui un tempo erano infarcite le canzoni del gruppo è oggi sostituito da una riflessione semiseria sulle malefatte degli ultimi 28 anni. 6 years on dope, cantata da Eric Melvin, sembra riassumere quanto già confessato nella recente (e consigliatissima) biografia intitolata “Nofx: The hepatitis bathtub and other stories”. Fiumi d’alcol, droghe di ogni tipo, sesso estremo e fucilate di valium hanno avuto un impatto devastante sulla vita e sulla carriera dei nostri. “I was a child adult, a walking insult, every shot got more difficult”, canta Fat Mike. Il suo, dunque, è un sincero tentativo di ritorno alla ragione. Dettato non tanto dal desiderio di cambiare pelle, quanto invece dalla 960voglia di provare per una volta a osservarsi da fuori. L’intento appare chiaro nella title track (“I’ve been outside the cave and told them about the light, they told me they don’t want to know about it: fuck you and good night”). Così come in I don’t like me anymore, una cavalcata che ricalca gli stilemi imposti dai migliori Minor Threat, in cui i tempi di Shower days sembrano ancora più lontani di quanto già non lo siano.

In questo nuovo lavoro trovano spazio anche due dei brani più crudi e sofferti dell’intera discografia del quartetto di BerkeleyHappy father’s day, in cui Fat Mike rinnega brutalmente le proprie origini, e I’m so sorry Tony, dedicato all’amico Tony Sly dei No use for a name, tragicamente scomparso quattro anni fa. Chiude Generation Z, un inno di speranza in cui si possono sentire anche le voci delle figlie di Fat Mike e dello stesso Tony Sly. Riletto in questi termini, un nuovo disco dei Nofx trova un senso anche nel 2016. C’è più consapevolezza e voglia di migliorarsi. E allora mi piacerebbe spedire quella vecchia fotografia a Fat Mike e chiedergli se si riconosce ancora in quel faccione. Sul retro, a penna, una domanda che vorrei fargli da 19 anni: “How did the cat get so fat?”.

Paolo Ferrari