12309949_501305166710257_3146604302644591815_o (1)Un viaggio introspettivo claustrofobico e allucinato è quello che promettono i torinesi Mulbö a partire dall’artwork del loro album omonimo di debutto. I mezzi necessari a questo tour nell’inconscio ce li mettono loro, pronti a guidarvi a cavallo delle loro improvvisazioni free jazz, facendovi deragliare sopra ferrovie industrial e elettroniche, trovando coincidenze puntuali fra noise e psichedelia oscura, math e post-rock. Il paesaggio non sarà dei più rilassanti ma di sicuro non ci si annoia. Humbaba è un ottimo biglietto di presentazione. Ci mette quasi un minuto a deflagrare con la sezione ritmica ossessiva, marziale e tribale al tempo stesso, crea attesa poi si avviluppa attorno a un sax feroce che urla sul finale. Un ruolo non secondario lo gioca l’elettronica in questo disco, come in Noun, ritmo pulsante in odor di kraut rock o in Marno Edwin, dove inizialmente rimbomba solo una chitarra distorta. Si tratta solo di un’illusione. Improvvisamente entra una base d’n’b sferragliante, dai riverberi quasi acid house. In Kobe il basso, egemone in tutto il disco, disegna trame circolari per la prima metà del brano, le chitarre dapprima liquide si fanno sul finale solide, fino a divenire contundenti. Thallium Case martella gelida come certo post-punk, echi lontani di sax si avvicinano, si fanno largo a gomitate e restano in primo piano per poi sparire di nuovo. Szen Ji è una trappola dolce, field recording dal sentore orientaleggiante, pioggia che cade e calma solo apparente, pronta ad disintegrarsi. Previsione che facilmente si avvera in Xagalka, incubo glitch che si sviluppa in angoscia pura, noise a la Death Valley 69, e che letteralmente evapora. Chiude Reamut, un accenno punk funk e chitarre gonfie, finalmente in grado di prendere il sopravvento per poi esser lasciate libere di impazzire, sempre sorrette da una sezione ritmica enfatica e primordiale.

In 35 minuti, divisi in otto tracce scaturite da lunghe jam session, i Mulbö esplorano territori inquietanti. Creano e fanno esplodere tensione e caos. Ci guidano fra schegge diverse di suoni violenti, supportati a volte da rimti concentrici che improvvisamente si spezzano per dare nuova forma al buio. Se cercate la “forma canzone” non è l’album che volete ascoltare. Se vi attraggono i paesaggi sonori astratti, sperimentali, pericolosi, allora non dovete fare altro che rivolgervi ai Dischi del Minollo, etichetta abruzzese per la quale esce questo notevolissimo disco di debutto.

Andrea Bentivoglio