Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini, fa parte ormai da tempo della scena indipendente italiana. Dopo aver autoprodotto il suo primo disco nel 2010 e dopo aver fondato il progetto shoegaze Young Wrists, nel 2012 ha pubblicato il suo primo album (omonimo) in italiano prodotto da Dario Brunori. Due anni dopo è uscito il suo secondo album, “Sassi”, per la Tempesta Dischi. Il suo terzo lavoro, “Deluderti”, è stato tra i più apprezzati del 2018.

Ma Maria Antonietta non è soltanto una musicista. Appassionata di studi di genere, di arte medievale, di poesia e teologia, è un’artista che cerca sempre di far quadrare tutte le sue passioni. Il 19 marzo scorso è uscito il suo primo libro per Rizzoli, “Sette ragazze imperdonabili”. L’opera è diventata uno spettacolo, un vero e proprio reading-concerto con letture musicate e canzoni tratte dal suo repertorio, suonate in una veste del tutto inedita.

 

Intervista a cura di Andrea Frangi e Paolo

 

maria antonietta

 

Ciao Letizia, hai da poco pubblicato un libro per Rizzoli, “Sette ragazze imperdonabili”. Come è nato? È la prima volta che ti confronti con la scrittura, canzoni a parte?

La scrittura ha sempre fatto parte di me e della mia identità. Avevo scritto un racconto per un’antologia di Minimum Fax nel 2012, ma in generale, sì, mi sono sempre confrontata con la scrittura. Sicuramente tantissimo da lettrice, sono una lettrice ossessiva.

“Sette ragazze imperdonabili” è un omaggio alle tue “sorelle maggiori”, le poetesse Cristina Campo, Etty Hillesum, Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Sylvia Plath, Marina Cvetaeva e Giovanna d’Arco. Cosa ci insegnano queste donne?

La libertà di non conformarsi agli stereotipi, ai pregiudizi e ai giudizi sommari. La volontà di rendere giustizia alla propria complessità, di accollarsi il rischio e la fatica di assomigliare davvero a noi stessi.

Ci sono anche delle figure femminili a noi contemporanee alle quale guardi, delle eroine moderne?

In musica PJ Harvey e Patti Smith sicuramente.

La presenza delle figure femminili e del senso del sacro nelle sue diverse forme (Giovanna d’Arco, Santa Caterina, le cattedrali, la preghiera, il diavolo) sono tra gli elementi più caratteristici del tuo scrivere. Che spazio ha il senso del sacro nella tua vita, nei tuoi studi e nelle tue letture?

Ha uno spazio speciale. L’eternità, l’assoluto, il mistero di Dio. A volte liquidiamo tutto questo come qualcosa di accessorio, di superfluo, qualcosa di antico che non ci riguarda. Invece sta sempre lì, come una domanda sempre nuova, e sempre viva. Per questo motivo tutto questo è sempre al centro di ciò che leggo, studio e spesso anche di ciò che scrivo. In generale penso che sia sempre bello quando si abbattono i pregiudizi che appesantiscono il sacro, e credo che le persone ne abbiano molti, spesso.

Il libro è diventato uno spettacolo che unisce reading e musica live, canto e scrittura. Come percepisci questa tua doppia anima? C’è una parte che prevale sull’altra? O che vorresti prevalesse sull’altra?

Amo la contaminazione dei linguaggi e questo spettacolo, spero, reanda giustizia ad entrambi.

 

 

Come è strutturato lo spettacolo? Cosa ci dobbiamo aspettare? Sei sola sul palco o accompagnata da altri musicisti e attori?

Sul palco sono accompagnata da Daniele Rossi, un polistrumentista, che musica le letture tratte dal libro. E poi insieme suoniamo alcuni brani del mio repertorio che fanno da ponte tra le letture e configurano una specie di narrazione a più voci, la mia e quella, indiretta, delle mie sorelle maggiori.

Come canti nella tua canzone Stomaco, le aspettative per te sono difficili da ridimensionare. Quali sono le tue aspettative sul libro e sullo spettacolo che stai portando in giro? Ne hai altre a lungo termine?

Le aspettative sono un drago da domare. Le mie, sulla vita in generale, sono altissime, ma penso sia giusto. Credere nella possibilità di una vita piena, felice e infelice, comunque gonfia di sentimenti, ricca di libri e incontri, di sorprese e di forme di fedeltà, penso sia qualcosa a cui tutti dovremmo sentirci all’altezza e meritevoli, di puntare. Le mie aspettative, in generale, non sono mai legate a fatti specifici, dischi o libri, o viaggi o cose così, sono più aspettative esistenziali, molto più difficili da placare. Quindi sul libro e sul tour non ho aspettative, esistono ormai, e quindi sono salvi!

 

 

Il tuo ultimo album è stato tra i più apprezzati del 2018. Nel singolo Deluderti parli della linea di confine. Nella nostra interpretazione, affermi che c’è in noi qualcosa che va al di là delle definizioni, dell’essere sempre uguali a se stessi. Ma anche che c’è un segreto, una parte di noi insondabile, “un vago senso di presenza eterna”. Siamo impossibili da racchiudere in un tratto distintivo che ci confini. Quanto sono cambiate le tue linee di confine negli ultimi anni? E le linee di confine musicale?

A volte mi chiedo cosa resti della me stessa di 10 anni fa. Sai che un corpo si rigenera integralmente, intendo le sue cellule, ogni sette anni o cinque, non ricordo. Eppure mantiene la propria identità, no? Ecco, è così che mi sento, e mi sono sempre sentita. Sempre uguale, ma sempre diversa… Non ho abitudini, non mi affeziono troppo alle case, cioè mi ci affeziono ma poi devo cambiare scenario. Insomma, sì, credo che quel vago senso di presenza eterna che sta dentro di me sia quell’insopprimibile slancio ad essere sempre un altro, al fondo. Non credo nelle linee di contorno, né nella vita, né in musica.

C’è un altro passaggio in Vergine che dice “non sono esperta di questa civiltà, me ne resto in disparte, è la parte che preferisco”. Penso immediatamente alla tua scelta di vivere al di fuori della città, in una casa di campagna. Cosa ti porta a stare in campagna? Qual è la cosa della quale non riusciresti a fare a meno di quei luoghi?

Mi piace molto vivere qui nelle Marche. Non potrei fare a meno della Natura che c’è qui, dei boschi, dell’Appenino, del mare. Senza non mi riconoscerei e non scriverei una riga, probabilmente.

Oggi sembra che il trend di chi fa musica italiana sia quello di dover pubblicare al più presto e tanto, forse anche per la riscoperta di questa galassia di artisti giovani italiani. Invece tu hai aspettato quattro anni dal tuo precedente lavoro. A cosa ti sei dedicata in questo periodo?

Mi sono laureata, ho fatto un’esperienza di arte terapia, ho frequentato un semestre all’Istituto Teologico e ho letto tantissimo. Ne avevo bisogno, e anche se non avrei dovuto, l’ho fatto. Adesso sono molto più pronta e convinta di fare quello che faccio, e infatti in un anno e mezzo ho fatto uscire un disco e un libro. Non credo esista il tempo nell’arte, l’arte è proprio l’antidoto al tempo, no? Il risarcimento per tutto quello che passa e scompare, lei invece resta. Come Dio, in fondo. Sarà per questo che ne sono così attratta? Per questa mia ossessiva ricerca dell’eternità, di quello che resta, in ogni caso.

 

 

Queste le prossime date del reading-concerto:

23.06 Correggio (RE), gARTen
28.06 Putignano (BA), Fatti di Storie
29.06 San Gimignano (SI), Nottilucente
11.07 Cagliari, Waves Festival
19.07 Vialfrè (TO), La Tempesta nel bosco @ Apolide Festival (presentazione)
20.07 Cortemaggiore (PC), Fillmore Festival
29.08 Roma, Giardino di Monk
27.09 Cori (LT), inKiostro – Chiesa di Sant’Oliva