Sul disco degli I Hate My Village ne abbiamo già sentite di tutti i colori. La cosa fa sorridere, perché basta dargli un paio di ascolti per capire che si tratta proprio di questo: di tutti i colori. Una cascata variopinta di suoni e apparizioni che schizzano una dietro l’altra come in un film in rewind. L’atterraggio è brusco, oserei dire esplosivo. Una schienata pazzesca sul fondale roccioso del Volta Nero. Ma ce ne fossero di capogiri come questo, ce ne fossero. Roba che quando ti rialzi, se ti rialzi, riacquisti fiducia nel futuro.

Ma andiano con ordine. A questo punto di solito si presenta la band. È la parte più noiosa delle recensioni, lo so, ma vi assicuro che questa è un’occasione speciale. Non fosse altro perché davanti alla parola gruppo, nel caso degli I Hate My Village, è fondamentale aggiungere un prefisso da chiamata interurbana: super. Ok, ora ricomponete la parola. Sì, così… Ecco, gli I Hate My Village sono un super-gruppo. Diciamo supergruppo, tutto unito, che suona meglio. Quindi, in sintesi: alla chitarra abbiamo Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), alla batteria Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), alla voce Alberto Ferrari (Verdena) e in cabina di regia Marco Fasolo (Jennifer Gentle). Il tutto sotto le ali protettive de La Tempesta International. Che ne dite? Vi piace?

A quanto pare non a tutti. Il fatto che quattro grandi musicisti facciano qualcosa insieme è spesso visto come uno spauracchio, chissà perché. Mai mettere nello stesso studio più di una prima donna, dice qualcuno. Che cosa vuoi che ne esca? Un misto griglia delle loro band, no? E ancora: sì, vabbè, hanno fatto un disco giusto per divertirsi e autocompiacersi. Insomma, i commenti degli scettici si sprecano. Se ne sentono di tutti i colori, appunto, e potremmo andare avanti così per ore. La realtà, però, sembra ben diversa. Almeno a me.

Vediamo un po’, provo a spiegare. Punto primo, gli I Hate My Village non nascono come un passatempo. Non sono una via di fuga dalla noiosa routine di altre band. Al contrario, sono il frutto di un progetto importante già avviato sulla strada della sperimentazione. Tutto ha avuto inizio dall’incontro tra Adriano Viterbini e Fabio Rondanini. In materia di musica africana, i due musicisti avevano entrambi già maturato parecchia esperienza suonando accanto a due star come Rokia Traorè e Bombino. La passione condivisa per i suoni multicolori di quelle terre li ha poi trascinati in sala di registrazione. Qui hanno imbracciato i propri strumenti e si sono inoltrati con la testa e con il cuore nel deserto del Sahara. Il loro approccio, però, non è quello dei santoni scesi in campo per dettare legge. È piuttosto quello di due studenti talentuosi e desiderosi di imparare ancora. E allora mi chiedo: musicalmente parlando, esistono intenzioni più nobili e sincere di queste? Non credo.

Punto secondo, il risultato. Beh, il risultato è un’autentica goduria. Venticinque minuti in cui il supergruppo spalanca le fauci e si divora decenni di blues subsahariano, psichedelia sciamanica, tribalismi rivisitati in chiave rock e qualche briciola di progressive. Qualcosa che si aggira fra i Goat, i Tinariwen e la Band of Joy di Robert Plant. A grandi linee, però. Perché la voce di Alberto Ferrari, presente in quattro brani su nove, va a toccare corde diverse rispetto al frontman degli Zeppelin. Corde foderate di nostalgia e tenerezza, ma capaci di acuti sinistri. Un pasto ricchissimo, dunque, sanguinolento e per questo un po’ splatter, inciso rigorosamente su nastro. D’altra parte, a ispirare il nome stesso del gruppo è stato un cannibal movie nigeriano intitolato “I Ate My Village”, al quale è stata aggiunta un’acca per fare ancora più brutto.

Quando parte il singolo Tony Hawk of Ghana si ha quasi l’impressione di un ipotetico “Endkadenz Vol.3”, ma non è così. Viterbini alla chitarra non scherza affatto, e anche dove avrebbe potuto crogiolarsi nei virtuosismi di cui è capace, sceglie di giocare per la squadra portandola alla vittoria. Spesso e volentieri viene voglia di ballare (Acquaragia), ma è una danza liberatoria e scomposta, un rito propiziatorio che in Fare un Fuoco si abbandona a una vera e propria orgia di suoni e parole. E mentre in Fame ci si sente catapultati nelle atmosfere di “Dead Man” di Jim Jarmush, nei brani strumentali vince ancora una volta la spigolosità di certe rocce piantate in mezzo al deserto.

Manca un punto terzo, altrimenti non risulto convincente. Tanto vale allora spenderlo in un encomio alla sorprendente libertà con cui questi artisti hanno deciso di esprimersi. In questo disco non ci sono compromessi, nessun ammiccamento, nessuna velleità. Soltanto passione, anima e, perché no, una grande professionalità. Di questi tempi è merce rarissima, da tutelare con mano ferma e rispetto. Altrimenti tornate al nuovo disco di Gazzelle.

Paolo Ferrari