La tradizione è tenace come l’edera, e i Gorillaz tornano dopo anni con un disco che non spiazza e puzza davvero di casa, oppure profuma di pane fatto in casa, se siete persone a cui piace la routine della vita familiare. La melodia sostanzialmente si rifà ad un soul bianco che fa tanto pensare al nord dell’Inghilterra quando quel genere faceva ballare i figli del proletariato britannico, con delle divagazioni a volte più disco, altre più rap, altre ancora più pop ma senza allontanarsi troppo dalla strada maestra. Il ritmo si adegua di conseguenza, con pattern genericamente black, a volte dall’identità chiaramente hip hop, altre dalla cadenza più trip-hop e raramente con marcette two-step.
Il suono è bianco, etereo, con punte rumoriste molto ben dosate; un synth-pop vagamente disturbato che fa venire in mente i Cannibal OX. E in effetti questo disco sembra davvero un organismo che si è sviluppato a fine anni 90 ed è stato scongelato per l’occasione. L’operazione ha avuto successo, i tessuti che sono stati ibernati ora hanno ripreso a funzionare, e la forma di questo corpo è armoniosa, i movimenti eleganti come quelli di chi sa come comportarsi sia in strada che in salotto.
Anche il minutaggio – ben 26 tracce! – riporta alla memoria la golden age dei CD, quando negli anni 90 l’industria discografica dava libero sfogo al bengodi offerto dai supporti digitali propinando spesso dischi fiume.
Un album fuori tempo per chi ama la black music ma preferisce non sudare troppo.

a cura di Alessandro Scotti