
Dischi così, te ne capitano fra le mani pochissimi. Provate a metterlo su mentre leggete questa recensione: scoprirete un’artista “nuova”, che vi verrà voglia di ascoltare dal vivo. Ho usato le virgolette perché in realtà Elisa Begni frequenta la musica già da parecchio tempo. “What Remains” è il suo debutto solista uscito qualche mese fa per Kono Dischi, ma dal 2017 Begni calca i palchi italiani e non solo con i suoi Bluedaze, band dream pop con qualche venatura rock.
Questo recente lavoro si nutre della stessa materia prima di cui è impregnato il gruppo, ma sfocia in un cantautorato art pop dalle trame oscure, impreziosito da una discreta dose di elettronica. Viene anche da supporre che “What Remains” tragga ispirazione dal medesimo ambiente “geografico”, tra i laghi e i boschi della provincia di Varese, terra di confine e di contaminazione, tradotto in musica in un altrettanto variegato paesaggio sonoro. Per darvi un paio di riferimenti, siamo dalle parti di Zola Jesus e Bat For Lashes.
Beh, lo state ascoltando? Il primo brano, Knots, si apre in modo spettrale mettendo subito in luce il pezzo forte dell’album, ovvero la voce. La cantante lombarda sfoggia una tecnica invidiabile, che farebbe gola alla gran parte delle interpreti nostrane. A distinguerla è l’incontro-scontro tra il timbro caldo e avvolgente che è tipico del pop e le temperature rigide di fine autunno in cui si sublima la sperimentazione sonora di “What Remains”. Il risultato è una fitta condensa che si dirada poco a poco, fino a dissolversi completamente nella coda elettronica che chiude il pezzo.
La tensione e il senso di inquietudine permeano l’intero album, qui intenso soprattutto come un viaggio interiore. Un labirinto buio, da attraversare a tentoni, spaventoso ma necessario, e dal quale uscire per poter raccontare, appunto, ciò che rimane dopo la tempesta. Ogni tanto, però, un raggio di luce filtra tra i rami e brilla nel sottobosco. A questo punto starete ascoltando Trauma, la seconda traccia, e allora potrete capirmi: i dolci rintocchi che la scandiscono rendono l’atmosfera più rarefatta, apparentemente più distesa.
Lo stesso vale per i ritmi quasi in levare della seconda parte di Everlasting, Ever Changing. Ma si tratta di piccole brecce nella pece della notte, perché a dominare sono il dark folk dal sapore ancestrale di Where Are You Now e la minimal tenebrosa di Strega. Ascoltatevi anche il singolo Am I?, pensieri e parole sorrette dalle trame disegnate dal piano, e la conclusiva Void, apparentemente lontana dal resto della tracklist, ma funzionale per chiudere il cerchio (o il viaggio).
Si diceva di un disco raro, oserei dire prezioso, anche per la sua vocazione internazionale. Non è cosa da poco, anzi. Che sia l’inizio di un lungo percorso e un modello da seguire per chi si ostina a stare a mollo nella palude della musica italiana. Nel frattempo continuate ad ascoltare, se vi va. Ma sono abbastanza certo che esortarvi non sia necessario.
Paolo

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
