Le classifiche sono belle. Sì, lo sono veramente. Qualcuno le rinnega, altri le sottovalutano. Ma si sbagliano. Le classifiche sono un gioco, questo sì, ma di quelli divertenti. E soprattutto sintomatici. La classifica racconta qualcosa di te. Io la istituirei come prima richiesta ad ogni appuntamento. Se mi metti la band sbagliata tra i primi dieci, so già che con te non andrò d’accordo. Tanto vale interrompere la serata e andare ognuno per la sua strada.

Noi, la nostra, l’abbiamo tracciata. Abbiamo messo in fila i nostri 50 dischi più votati dell’anno, questa volta senza distinzioni tra internazionali e italiani. Il risultato ci rende orgogliosi. È lo specchio dei gusti musicali di questa webzine e di chi con passione contribuisce a renderla quello che vuole essere: un angolo in cui rifugiarsi e trovare sempre qualcosa di bello da ascoltare.

Speriamo che anche oggi possiate trovare qualcosa di interessante. Diteci cosa ne pensate.

Buon ascolto!

Paolo

 

 

50. Waving Blue – So Cold

L’esplosione di band che suonano shoegaze, a livello planetario, rende a volte difficile per i musicisti la possibilità di emergere con una proposta originale e riconoscibile. Un problema che non si pone per Waving Blue, progetto del fanese Michele Cingolani che con “So Cold” ha lasciato il segno nel 2024. Un lavoro che unisce intensità e delicatezza, potenza e malinconia. “Shoegazing is not a crime” soprattutto quando sai scrivere canzoni preziose, dall’anima pop sommersa da riverberi e distorsioni travolgenti (Andrea Bentivoglio).

 


 

49. Jack White – No Name

Un album inviato gratuitamente a chi avesse acquistato dei vinili della sua etichetta indipendente “Third Man Records”. Nessun titolo, nessuna tracklist. “No Name”, appunto. La pubblicazione ufficiale dell’album rimane senza nome, ma con tanto contenuto: un ritorno alle origini per Jack White, che ha cucinato una bella ricettona di rock’n’roll, blues, garage e punk. Highlights: That’s How I’m Feeling e Missionary (Sara Bernasconi).

 


 

48. Meatbodies – Flora Ocean Tiger Bloom

La creatura di Chad Ubovich dà forma a un’opera solidissima, nel senso di granitica, che combina stoner, alt-rock e psichedelia. Un’oretta di pura goduria sonica (Paolo).

 


 

47. Snow Patrol – The Forest Is The Path

L’ultimo lavoro degli Snow Patrol porta la band in territori riflessivi, che alternano la pesantezza degli addii e degli autosabotaggi, alla luce della tenerezza e della voglia di rinascita. Un linguaggio, musicale e non, chiaro, che ci restituisce atmosfere emotive – a partire dall’impatto di Beginning – e a tratti oniriche, come nella title track Forest is the Path. Perché, alla fine, anche se ci si districa nel caos di una foresta, l’importante è continuare a camminare (Sara Bernasconi).

 


 

46. Disquieted By – Pet Of The Week

Se hai proprio bisogno di categorie, prendi una pentola a pressione, buttaci dentro post-hc, garage, punk, una spruzzatina di metal e una di hard rock, poi fai asciugare bene, che qui non c’è niente di superfluo, niente di ridondante, niente di meno che urgente e necessario, frulla a duemila all’ora e servi bollente. Se poi hai proprio bisogno di riferimenti, paragoni e similitudini, dentro c’è roba che potrebbe ricordarti gli
Hives, i Drive Like Jehu, i Jawbox, i Mclusky. Fra le cose migliori uscite nel 2024, senza nemmeno pensarci un minuto (Andrea Bentivoglio).

 


 

45. Charli XCX – Brat

Charli tira fuori il disco pop dell’anno e lo celebra su e giù dal palco. La sua scrittura non filtrata è quello che serve per ballare davvero sulle fragilità e concedersi un po’ di sacrosanta ironia punk. Da non perdere anche nella sua seconda versione collettiva, piena di bella gente (Mattia Sofo).

 


 

44. Khruangbin – A La Sala

Smaltita la sbornia psych pop del coloratissimo “Mordechai”, il trio di Austin propone un’opera molto più a tinte unite, comunque caldissima e avvolgente. “A La Sala” ci consegna i Khruangbin all’apice della loro coolness. Per gli audiofili: qua dentro troverete tante reference songs per testare i vostri impianti (Andrea Fabbri).

 


 

43. King Hannah – Big Swimmer

Le aspettative create dall’ottimo esordio del 2022 sono ampiamente ripagate da questo secondo capitolo della saga King Hannah. Le storie narrate dalla coppia di Liverpool si snodano su un tappeto di pochi, intensissimi colori. Una struttura minimale sorretta dalla voce fragile di Hannah Merrick e dalla chitarra youngiana di Craig Whittle. Trame ipnotiche, assoli lisergici, post-punk alla bisogna e psichedelia. Il risultato è un trip analogico e scarno, di cui ci si ubriaca facilmente (Paolo).

 


 

42. Ivan Graziani – Per Gli Amici

Faccio sempre fatica a infilare degli italiani nelle classifiche di fine anno, è un mio problema da sempre, ma qua c’è una classe smisurata e soprattutto una produzione perfetta, avvolgente. Non mi è chiaro quanto ci sia di originale (ok, il baule ritrovato in soffitta, ecc.) e quanto sia in realtà stato ricantato/risuonato da Filippo, suo figlio, ma non m’importa. La quota di amore figliale è parte integrante della bellezza di questo disco (Carlo Pinchetti).

 


 

41. Deine Mutti – A Very Demure B-Side Collection

Una raccolta di quelle che un tempo si sarebbero chiamate B-sides, sei singoli usciti dall’ottobre dell’anno scorso fino a maggio di quest’anno. Relegare l’austera eleganza del pop deinemuttiano a sempici b-sides sarebbe però sacrilego. Dentro, fra le altre delizie, ci sono uno strumentale che occhieggia a melodie orientali 70s, un inno reggaeggiante dedicato alle mitiche Clarks e uno alle Adidas Samba che emana invece forti vibrazioni 90s. Il pantheon del duo, che si muove fra Helsinki e Bergamo, aleggia affascinante e nitido, fra canzone d’autore e britpop, nostalgia e ironia (Andrea Bentivoglio).

 


 

40. Ryan Adams – 1985

Figlioccio di “1984”, partorito in ritardo di un decennio esatto, è una bomba. Ventinove pezzi per poco più di mezz’ora di musica. Una dichiarazione d’amore per i Replacements, una sfida ai Circle Jerks di “Group Sex” nella durata dei brani, sporcizia punk alla GG Allin, un bozzetto acustico di trentuno secondi con l’intensità di un Elliott Smith, le due canzoni conclusive, le uniche a superare i due minuti, che mostrano la “nuova” strada melodica. Punk nella musica e nell’animo (Andrea Manenti).

 


 

39. The Lemon Twigs – A Dream Is All We Know

 

 

A solo un anno di distanza dall’altrettanto buono “Everything Harmony”, i Lemon Twigs tornano a farci sognare un’epoca che musicalmente, attitudinalmente e oniricamente sembra purtroppo sempre più lontana (Andrea Manenti).

 


 

38. Swim Deep – There’s A Big Star Outside

 

La terza perla dell’anno di Bill Ryder Jones. Ha preso il talento compositivo di Austin e compagni, li ha completamente spogliati di quella patina indie electro pop un po’ plasticosa che li aveva accompagnati per anni, e ha ricamato loro attorno un suono che ha lo stampino delle sue produzioni: chitarre delicate ma incisive, mano leggera, voci vicine e suoni reali e realistici, anche quando abbondano i riverberi (Carlo Pinchetti).

 


 

37. Ezra Collective – Dance, No One’s Watching

“Dance, No One’s Watching” è stato uno dei dischi più piacevoli dell’autunno. Perfetto per il buio rossastro che accorcia le giornate e accende le luci, è un disco che fate bella figura se lo mettete in sottofondo a una cena tra amici, di quelle che va bene se qualcuno si improvvisa in una danza. Per gli Ezra Collective bastano una linea di basso e del vino da un dollaro (Andrea Fabbri).

 


 

36. Sun Cousto – Imaginary Girls

A due, oltretutto svizzere, che si proclamano creatrici del “Satanismo Twee”, provaci tu a resistere. Io mi sono arreso subito, estasiato davanti al loro pop destrutturato e minimalista, alle loro sfuriate sgangherate, alla loro disarmante attitudine punk. Libere e nervose, sarcastiche e dolcissime. Non è solo pop, non è solo sperimentazione, non è solo bassa fedeltà, ma è anche tutto questo. Ed è molto molto divertente. Come andare in gita sulle Alpi con le Shaggs, Daniel Johnston, i Beat Happening e gli Stooges (Andrea Bentivoglio).

 


 

35. Mannequin Pussy – I Got Heaven

Nel suo quarto album, la band di Philadelphia mette a fuoco un’identità sonora e poi ci gioca abilmente, sballottandola dall’autoctono hardcore fino al pop, con qualche meravigliosa sosta indie-rock (Mattia Sofo).

 


 

34. Van Houten – The Tallest Room

Shogazers di Leeds, i Van Houten tornano con il loro secondo disco dopo cinque anni di attesa. Qui tutto è al posto giusto. Sezione ritmica spesso e volentieri impostata sul kraut e chitarre morbide pronte a esplodere al momento giusto. Gran disco (Paolo).

 


 

33. Johnnie Carwash – No Friends No Pain

Troppo affascinati da analisi esegetiche, testi impegnati, sonorità ostiche e atmosfere cupe, a volte ci dimentichiamo che il rock’n’roll dovrebbe essere anche divertimento liberatorio, leggero e scanzonato, energia adolescenziale furibonda, sfogo che lascia esausti, passioni totalizzanti, delusioni cocenti. Musica per esorcizzare l’ansia, la depressione e la tristezza. A volte capitano sulla tua strada tre punk francesi che te lo ricordano con un album di scapestrato garage pop, irresistibile, squarciagolabile, contagioso (Andrea Bentivoglio).

 


 

32. Bleachers – S/T

Jack Antonoff ne combina un’altra delle sue e tira fuori dal cilindro un altro capolavoro di folk-rock americano (Tum).

 


 

31. Nada Surf – Moon Mirror

Trent’anni anni di attività non hanno per nulla scalfito la vena artistica dei Nada Surf. La loro, più che una parabola, è una linea retta puntellata di dischi che non scendono mai sotto il 7. “Moon Mirror” va anche oltre, regalando una manciata di nuovi pezzi che in futuro rimarranno certamente in scaletta (Paolo).

 


 

30. A Minor Place – Songs Are Lying

Lo ha detto Maurizio Blatto che i teramani A Minor Place sono la migliore indiepop band italiana. Scusate se è poco. “Songs Are Lying”, nuovo capitolo della splendida storia dei nostri “poplover”, continua il percorso iniziato nel 2013. La ricetta non è segreta e non è cambiata: tanta cura, grazia, amore per la musica, ascendenze nobili che diventano citazioni, che diventano scintillanti gemme indiepop; 12 nuove chiavi per “entrare nel fantastico piccolo mondo degli A Minor Place” (Andrea Bentivoglio).

 


 

29. Geordie Greep – The New Sound

A soli 25 anni, Geordie Greep scioglie i black midi e pubblica immediatamente il primo album solista. Un tripudio di tropicalia, crooning, incursioni tra Frank Zappa e Steely Dan e i soliti personaggi disperati che infestano i suoi racconti. Il disco contiene alcune delle canzoni con più grande effetto wow dell’anno, capaci di far pogare la gente sotto palco su incubi prog jazz (Holy, Holy!). Che sia proprio questo il new sound che si proponeva di cercare? (Andrea Fabbri).

 


 

28. Bedrooms – Perfectly Still

Il 2024 è l’anno di Bill Ryder Jones, che oltre a regalarci un disco a suo nome, produce due perle altrui incredibili. La prima è firmata Bedrooms, band dublinese che ci consegna un disco che trasuda talento compositivo e melodia, background di ascolti giusti e amore per le chitarre e lo studio di registrazione. Che, in questo caso, essendo quello del succitato, offre brillantezza e morbidezza a camionate (Carlo Pinchetti).

 


 

27. The Softies – The Bed I Made

Il ritorno delle Softies è una delle sorprese più belle del 2024, per chi ama un certo tipo di folk intimo ed essenziale. Hanno prodotto solo tre dischi dal 1995 al 1997, a cui è seguito qualche sporadico e brevissimo tour. Superano ogni possibile aspettativa con lo splendore minimale creato dalle due elettriche e dalle armonizzazioni vocali. Quattordici carezze, di cui ben 13 sotto i tre minuti di durata: “The Bed I Made” parla di dolore e della complessità della vita. Un album commovente che scalda il cuore (Andrea Bentivoglio).

 


 

26. Father John Misty – Mahashmashana

Josh Tillman e la dose accidentale di grandissime canzoni. Probabilmente ispirato dalla pubblicazione del suo primo Best Of in qualità di Father John Misty, sul finire dell’anno Tillman pubblica forse la più grande raccolta di canzoni inedite: orchestrazioni mozzafiato, interpretazioni sentite e riflessioni sulla morte. Il tempo si è preso gioco di tutti noi (Andrea Fabbri).

 


 

25. Personal Trainer – Still Willing

I Personal Trainer, collettivo olandese guidato da Willem Smit, incarnano alla perfezione il concetto di slacker rock applicato al nuovo millennio. “Still Willing” è un frullato pazzesco in cui tuffarsi senza alcuna esitazione. Canzoni tutte belle, arrangiate con maestria, ma che al contempo lasciano in bocca un piacevole gusto lo-fi (Paolo).

 


 

24. MJ Lenderman – Manning Fireworks

Zio J Mascis e i suoi nipotini ribelli. Due Rock al 101% (Tum).

 


 

23. Shellac – To All Trains

“To All Trains” è un disco che, suo malgrado, sa di lacrime e nostalgia. Pubblicato nove giorni dopo l’improvvisa morte di Steve Albini, non può che suonare come un involontario testamento del grande musicista e produttore americano. Dentro ci sono tutti gli ingredienti della sua magica ricetta: riff al tritolo, impennate noise, il suono crudo di chi non ama i fronzoli (Paolo).

 


 

22. Friko – Where We’ve Been, Where We Go From Here

Per quanto mi riguarda, i Friko si aggiudicano la palma d’oro per il miglior LP d’esordio dell’anno e si piazzano quantomeno sul podio tra i migliori dischi in assoluto usciti nel 2024. Il duo di Chicago, confermando ciò che di buono aveva fatto ascoltare nei due precedenti EP, ci regala nove gemme di puro indie-rock come non se ne sentiva da tempo. Tante chitarre e un’innata predisposizione per la melodia (Paolo).

 


 

21. St. Vincent – All Born Screaming

 

È potente, brillante, emotiva, erotica e divertente, in continuo movimento, con o senza chitarra; passeggia per il palco, interagisce con Falkner ed Eckroth, accenna qualche nota dai loro strumenti, si struscia in una danza afrodisiaca su Charlotte e sul suo basso (Mattia Sofo).

 


 

20. Primal Scream – Come Ahead

Tralasciato il fare luciferino del precedente “Chaosmosis”, la band scozzese torna a giocare con la dance, in modo tanto appassionato quanto forse non accadeva dai tempi indimenticabili del capolavoro “Screamadelica”. Ma se trentatré anni fa a mescolarsi agli inni gioiosi estrapolati dalla storia della black music era stata l’allora giovanissima techno, stavolta siamo più vicini alla disco music anni Settanta (Andrea Manenti).

 


 

19. Los Campesinos! – All Hell

Da navigati eroi dell’indie-rock anni Zero, i Los Campesinos! hanno smussato le asperità per approdare in territorio emo con ottimi risultati. Non una semplice frenata, quindi, ma un approccio più riflessivo e malinconico alla realtà che li circonda (Paolo).

 


 

18. The WAEVE – City Lights

Da tre anni Coxon viaggia in coppia con la compagna Rose Elinor Dougall (The Pipettes). Insieme hanno già pubblicato due dischi a nome The WAEVE. Un’ulteriore svolta nella carriera del nostro, alla (ri)scoperta di sonorità questa volta sì, molto british, ascrivibili perlopiù agli Anni ’80 (Paolo).

 


 

17. Laura Jane Grace – Hole In My Head

Al terzo lavoro solista in quattro anni, Laura Jane Grace conferma ancora una volta un modus operandi insolito per la fabbrica del rock, ma pieno zeppo di sincerità e passione (Andrea Manenti).

 


 

16. Nilüfer Yanya – My Method Actor

Dal folk al rock, le canzoni della giovane londinese continuano a crescere, melodie e arrangiamenti sempre nuovi, e una voce che è già identità. Album da ascoltare e riascoltare, fino alla prossima uscita (Mattia Sofo).

 


 

15. The Bug Club – On the Intricate Inner Workings Of The System

Il miglior garage-punk degli anni Venti lo suonano i The Bug Club. Un disco irresistibile, senza dubbio il più divertente del 2024 (Paolo).

 


 

14. Kamasi Washington – Fearless Movement

A questo giro Kamasi Washington si è trattenuto: “solo” 86 minuti, per 12 tracce. Ciò non toglie nulla alla monumentalità di “Fearless Movement”, forse l’opera più aperta e godibile del jazzista statunitense. E non solo per la miriade di featuring che contiene (Paolo).

 


 

13. Kim Gordon – The Collective

A 71 anni suonati, Kim Gordon pubblica un album che più fresco non si può. Roba che molti ventenni alle prese con i nuovi suoni si sognano di notte (Paolo).

 


 

12. Vampire Weekend – Only God Was Above Us

Anche questa volta non sbagliano nulla, anzi vanno oltre, più che per la scrittura, sempre raffinata e ricercata, per una produzione articolata e molto riuscita e per gli arrangiamenti di gran gusto (Fabio Campetti).

 


 

11. Fontaines D.C. – Romance

La nuova formula degli irlandesi non si fonda più sulla compattezza come in passato, ma sulla eterogeneità: indie-rock, shoegaze, brit-pop, spruzzate post-grunge, atmosfere gotiche. Tutto in un unico album (Paolo).

 


 

10. The Smile – Wall Of Eyes

In poche parole, “Wall Of Eyes” dei The Smile è un disco bellissimo. E a dirla tutta, la recensione potrebbe anche finire qui. Perché è inutile sottolineare ancora una volta la straordinaria abilità di Thom Yorke nella scrittura di brani così emotivamente intensi (Paolo).

 


 

9. The Last Dinner Party – Prelude To Ecstasy

Con una dichiarazione di intenti chiara fin dal principio grazie al singolo di lancio Nothing Matters – un concentrato di brit-rock anni 2000 e ritornello pop – l’album delle ragazze di The Last Dinner Party mescola atmosfere di respiro gotico a paraculissimi ritmi indie rock, con pezzi riuscitissimi come Feminine Urge, Caesar On A TV Screen e The Sinner (Sara Bernasconi).

 


 

8. Bright Eyes – Five Dice, All Threes

“Five Dice, All Threes” è il bellissimo ritorno al folk dei Bright Eyes. Abbandonate le derive psichedeliche e a tratti elettroniche del precedente “Down In The Weeds, Where The World Once Was”, Conor Oberst, accompagnato dai fedeli Mike Mogis e Nathaniel Walcott, torna infatti a esplorare il genere che lo ha sempre accompagnato almeno fino al finto addio arrivato dopo “The People’s Key” del 2011 (Andrea Manenti).

 


 

7. Royel Otis – Pratts & Pain

Il pensiero vola subito agli MGMT di “Oracular Spectacular” e all’impatto che quel disco ebbe su milioni di indierockers. Tutti i brani di “Pratts & Pain” sono potenziali singoli. Nulla di nuovo, anzi (si sente anche l’influenza dei Passion Pit, tra gli altri), ma un disco così immediato e coinvolgente non si sentiva da tempo (Paolo).

 


 

6. The Cure – Songs Of A Lost World

Introduzioni che durano minuti, una voce sofferta ma in grado di cullare l’ascoltatore, temi dark che si notano sin dalla lettura dei titoli, copertina in bianco e nero, tanta melodia creata dal sovrapporsi di differenti trame musicali suonate da diversi strumenti (Andrea Manenti).

 


 

5. Nick Cave & The Bad Seeds – Wild God

Fortuna vuole che quest’ultima opera, “Wild God”, sia una sorta di rinascita dalle tenebre della morte, sia sotto il profilo dei testi, sia sotto quello prettamente musicale. Se infatti le fondamenta delle composizioni sono ancora una volta in mano alle trame soffuse di Warren Ellis, in “Wild God” si respira però un’aria pop che da tempo si era persa (Andrea Manenti).

 


 

4. Wunderhorse – Midas

I Wunderhorse sono la band su cui conviene scommettere per gli anni a venire. Echi di grunge e alt-rock anni Novanta impreziosiscono un lavoro che tuttavia vuole guardare in avanti. Il gruppo aprirà molti live dei più blasonati Fontaines DC, ma a ben guardare, quest’anno, gli allievi hanno superato i maestri (Paolo).

 


 

3. The Libertines – All Quiet On The Eastern Esplanade

Autori di quattro album, due capolavori di gioventù, un buon disco di reunion e quest’ultima bellezza testimone dell’ormai raggiunta maturità, i Libertines sono sempre se stessi (la sentite in sottofondo la chitarra di Carl Barat che sembra sempre sul punto di perdersi ma non lo fa mai?), ma anche pieni di sorprese (cori ed archi che li rendono epici senza risultare inutilmente barocchi) (Andrea Manenti).

 


 

2. Idles – Tangk

Dopo un inizio grezzo e debitore del vecchio punk, gli Idles hanno compresso il loro suono disgregandolo in due album molto buoni come “Ultra Mono” e “Crawler”. Con quest’ultima uscita la loro evoluzione è arrivata alla piena maturità (Andrea Manenti).

 


 

1. Bill Ryder-Jones – Iechyd Da

Il tratto distintivo di questo disco è senz’altro la qualità, che si declina dal punto di vista innanzitutto compositivo, ma anche di arrangiamenti e cura nella ricerca sonora. Il cantato è tradizionalmente indolente, tra il sofferto e lo spossato, in un paio di occasioni volutamente oltre il confine della stonatura, cosa che ritengo magnifica. Non è peraltro un caso che il nostro abbia seguito praticamente tutto il processo in prima persona, a dimostrazione che, per quanto si sforzi di apparire sempre con un profilo basso e una certa dose di autocommiserazione, le idee sono sempre state chiare, così come una certa qual fiducia nei propri mezzi. Ben riposta (CarloPinchetti).