Quelli che solo per convenzione definiamo “i migliori dischi del 2025” sono in realtà, molto più semplicemente, i nostri dischi “preferiti”. Stabilire in modo insindacabile quali siano i più belli sarebbe infatti troppo presuntuoso. Qui sotto troverete dunque elencati, naturalmente in ordine di gradimento, gli album più votati dalla redazione di indie-zone. In poche parole, quelli che rispecchiano maggiormente il gusto di questa webzine.
La speranza, come sempre, è quella di incontrare anche il vostro, di gusto, e magari farvi scoprire qualche titolo che vi eravate perso. Per critiche, lodi sperticate ed eventuali suggerimenti, commentate senza indugio.
A cura di Paolo
50. Laura Jane Grace in the Trauma Tropes – Adventure Club

Dopo tre dischi solisti di stampo cantautorale e l’EP cow-punk “Give an Inch” con i Mississippi Medicals, questo nuovo lavoro, uscito a nome Laura Jane Grace in The Trauma Tropes(con la moglie co-cantante e co-autrice dell’opera), segna il ritrovamento completo del punk più puro (Andrea Manenti).
49. Black Country, New Road – Forever Howlong

Tre voci femminili, quelle di Tyler Hyde, Georgia Ellery e May Kershaw, sono qui unite da un amore evidente per il prog anni Settanta, spesso legato al pop di Dresden Dolls e Regina Spektor. Questa particolarità si nota soprattutto nella prima metà dell’album, anche grazie all’importante utilizzo del pianoforte, spesso e volentieri accompagnato da strumenti tradizionali quali archi e fiati. L’effetto è quello di una musica da camera versione terzo millennio (Andrea Manenti).
48. Studio Murena – Notturno

La formula jazz-hop del sestetto milanese non viene stravolta, ma si irrobustisce di maturità, ulteriori preziose collaborazioni e la produzione di Tommaso Colliva, che dà il suo tocco alle torbide notti milanesi raccontate dall’MC Carma sulle eleganti composizioni di jazztronica crossover dei musicisti alle sue spalle (Andrea Fabbri).
47. The Murder Capital – Blindness

“Blindness” raccoglie le spinte creative dei diversi componenti della band – che oggi vivono in città diverse, tra Dublino, Londra e Berlino – e sa spaziare dalla furia del pezzo di apertura Moonshot, frutto di qualche tensione di troppo vissuta negli ultimi giorni di registrazione, alla calma meditazione sull’amore e la fedeltà di Trailing a Wing, pezzo di chiusura del disco (Sara Bernasconi).
46. Cosmetic – Normale

Come fai a non volergli bene? (Tum)
45. Asma – S/t

Ecco cos’è questo album: una meravigliosa catarsi di cui dobbiamo solo che essere grati (Andrea Manenti).
44. Winter – Adult Romantix

L’amore ai tempi del liceo: tra colazioni di fretta, maglioni infeltriti e tante, tante, tante, tantissime distorsioni spalmate su ritornelli in espansione (Tum).
43. Sword II – Electric Hour

Il trio di Atlanta confeziona un disco sorprendente. Dalle trame oscure e malinconiche tipiche dei nineties, emerge una vena melodica inedita, tra shoegaze, grunge e indie-rock. Retrogusto amaro, ma non troppo (Paolo).
42. Peter Doherty – Felt Better Alive

Un album che emoziona senza cercare scorciatoie, che commuove senza mai risultare artificioso. Un lavoro sincero, appassionato e a suo modo necessario (Andrea Manenti).
41. Cheekface – Middle Spoon

“Middle Spoon” dura 33 minuti; pochi ma sufficienti per confermare che i Cheekface restano sempre la band più divertente, almeno fra quelle che affrontano nei loro testi il terrore esistenziale, l’ansia generazionale, la disperazione climatica (Andrea Bentivoglio).
40. Will Paquin – Hahaha

Un disco che nasce da una stanza chiusa, da un ragazzo e la sua chitarra, ma che spalanca un presente coerente dell’indierock. Per i fan delle chitarre c’è ancora speranza (Tum).
39. Earl Sweatshirt – Live Laugh Love

38. Piccoli Bigfoot – Le Origini

Il punto è che sono tutte belle canzoni, scritte bene, frutto di un’intesa e di un entusiasmo che raramente si riescono a cogliere in un disco (Paolo).
37. Baxter Dury – Albarone

Cassa dritta e classe infinita. Baxter torna a regnare nel mondo della notte (Tum).
36. Olivia’s World – Greedy & Gorgeous

Un album terapeutico che punta al perfetto equilibrio fra corpo e mente, scava dentro e fuori. In musica, tutto questo non si traduce in insulsa paccottiglia dal saporaccio new-age ma, fortunatamente, in riff pungenti, in ritmi a volte sbilenchi e altre invece molto serrati, in un post-punk sfilacciato e spezzato, in tracce di twee-punk affilato e minimale, in scorci onirici sonicyouthiani, suoni asciutti e obliqui (Andrea Bentivoglio).
35. Turnstile – Never Enough

“Never Enough” coglie ancora a piene mani dai magnifici nineties, fondendo con gusto e cura il nu metal emotivo dei Deftones con le melodie irresistibili degli Smashing Pumpkins e l’hardcore di tutto il filone californiano (Andrea Manenti).
34. Mclusky – The World Is Still Here And So Are We

In ambito underground, quello dei gallesi è certamente il ritorno più clamoroso. Il loro post-hardcore suona ancora potente e denso di sarcasmo come ai bei tempi. E il bello è che si adagiano comodamente tra i migliori esponenti del noise moderno, come se nulla fosse, dettando ancora legge (Paolo).
33. Bilk – Essex, drugs and Rock and Roll

I Bilk suonano un punk molto dinamico ed esuberante, che sfreccia con rabbia ma anche con il sorriso, che spesso travalica nell’hip hop, senza fronzoli, senza voler suonare troppo intelligenti, senza preoccuparsi di essere o non essere originali, attuali o di piacere a tutti (Andrea Bentivoglio).
32. Viagra Boys – Viagr Aboys

Dieci anni di carriera non sono bastati per far cambiare i connotati principali di ironia, volgarità e schifo che ci hanno fatto innamorare dei Viagra Boys (Andrea Manenti).
31. Bar Italia – Some Like It Hot

L’ammaliante alternanza tra le voci di Nina Cristante, Sam Fenton e Jezmi Tarik Fehmi trova in questi dodici nuovi brani una sorta di consacrazione. Un’opera meno cupa e misteriosa delle precedenti, più ariosa e suonata con il piglio di chi da emergente si ritrova emerso (Paolo).
30. Alex G – Headlights

Bedroom pop ai massimi livelli, un disco guida che dimostra come si possa autoprodurre un capolavoro di indie-rock magnetico e renderlo immortale. Figlio sonoro di un certo Sparklehorse che gli sorride da lassù (Tum).
29. Men I Trust – Equus Caballus

Le carezze dream pop e la malinconia analogica, una produzione minimale, curatissima e soffusa, il tono intimista e caldo, ci restituiscono un album delicato, elegante e avvolgente, poetico e suadente fra Mazzy Star e Big Thief (Andrea Bentivoglio).
28. Royel Otis – hickey

È vero, la loro pressoché totale mancanza di originalità li rende facilmente attaccabili. D’altra parte, i brani pubblicati dal duo australiano ti si avvitano in testa come un cavatappi nel sughero (Paolo).
27. Lemonheads – Love Chant

Un album nostalgico, ma vivo e presente. Un grandissimo regalo da uno dei più grandi autori power pop viventi (Andrea Manenti).
26. Divorce – Drive To Goldenhammer

Uno dei rimpianti dell’anno è non riuscire a vederli dal vivo sul palco di Ypsigrock, sono la nostalgia che si incarna nel futuro (Tum).
25. The Cords – S/t

Un genere, l’indiepop, che alcuni potrebbero definire “inattuale, ingenuo e sorpassato” e che trova invece linfa vitale grazie a un manipolo di band agguerrite. Oggi alla loro testa ci sono le giovanissime Cords. Un disco delizioso che corre a perdifiato, suona fresco, dolce e impetuoso come una cotta adolescenziale (Andrea Bentivoglio).
24. Lucio Corsi – Volevo Essere Un Duro

L’album del meritato successo di un cantautore che ha abitato per anni l’universo indie, impreziosendolo con i suoi testi audaci, poetici, e muovendosi con un’eleganza non comune di questi tempi (Paolo).
23. Suede – Antidepressants

“Antidepressants” è l’ennesima riconferma di una delle più grandi band inglesi degli anni Novanta, ingiustamente sempre troppo sottovalutata nel nostro Belpaese (Andrea Manenti).
22. Motorpsycho – S/t

Negli ultimi dieci anni i Motorpsycho ci hanno abituati a dischi mastodontici, a volte troppo prolissi. Questo nuovo (doppio) album non lesina ancora una volta nel minutaggio, ma è di una goduria rara. Un bestione di un’ora e ventun minuti complessivi capace di abbracciare un’intera generazione psych/prog (Paolo).
21. Lifeguard – Ripped and Torn

Dentro il suono dei Lifeguard ci sono i Fugazi e gli Unwound, i Sonic Youth e gli Shellac, il noise e le melodie viscerali, le esplosioni, le abrasioni, le frustate post-hc, il passato e si spera pure un pezzettino del futuro del rock’n’roll (Andrea Bentivoglio).
20. Racing Mount Pleasant – S/t

Un esordio da non perdere quello di questa band di Ann Arbor, che prende l’eredità dei Black Country, New Road di “Ants From Up There” e la trasporta nel post-rock del midwest americano, con una scrittura dall’attitudine folk e un notevole ensemble musicale (Mattia Sofo).
19. Baustelle – El Galactico

Il disco d’argento dei Baustelle. Venticinque anni di storia cantautorale italiana ottimamente confermati, tra storie vere ed impegnative e le solite melodie che ti si ficcano in testa per non andarsene mai più (Andrea Manenti).
18. Saintseneca – Highwollow & Supermoon Songs

Zac Little è un alchimista del rock alternativo, la sua penna è magica e la sua musica ammalia, ipnotizza, incanta e rapisce con stile. Senza dubbio uno dei dischi dell’anno (Tum).
17. Djo – The Crux Deluxe

Con “The Crux”, il pop-rock di Djo (alias Joe Keery, il volto di Steve Harrington in Stranger Things) mescola influenze anni ’70–’80 con melodie altamente attuali. La menzione d’onore va alla versione Deluxe uscita quest’anno: non una semplice aggiunta di brani, ma un album a sé, con 12 tracce che ampliano il viaggio già intrapreso e mostrano un Djo ancora più versatile e caleidoscopico (Sara Bernasconi).
16. Horsegirl – Phonetics On And On

C’era il rischio di perdersi dopo un esordio stratosferico. E invece “Phonetics On And On” è un disco formidabile, centratissimo, che disegna nuovi spazi e inventa un modo diverso di occuparli con il suono (Andrea Bentivoglio).
15. For Those I Love – Carving The Stone

Il ritorno di David Balfe è travolgente. Il suo spoken word rabbioso e ostinato racconta con lucidità le contraddizioni e i compromessi di Dublino, della società, del nostro tempo. Le strumentali sono ricette che mescolano house, folk e battiti da dancefloor, per creare il suono unico di questo artista (Mattia Sofo).
14. The Zen Circus – Il Male

Ascoltare un nuovo album degli Zen Circus è un po’ come ritrovarsi a bere qualche birra con un amico che magari non vedi da un po’: bastano due chiacchiere e tutto torna a galla (Andrea Manenti).
13. Swans – Birthing

Il diciassettesimo album in studio degli Swans di Michael Gira è un’opera d’arte (non la prima) totalizzante, divisa in due atti e otto movimenti (Andrea Manenti).
12. Young Knives – Landfill

Ritorno in grande stile per la band inglese. E proprio di stile si parla di fronte al mirabile “Landfill”, un lavoro che mescola post-punk, indie-rock, psichedelia e molto altro, in modo assolutamente originale rispetto a molti altri facilmente (e a torto) associabili. Da bersi alla goccia (Paolo).
11. Ezra Furman – Goodbye Small Head

Un addio all’io razionale, al controllo, all’idea che si possa sempre avere la situazione in pugno. Decimo disco in carriera di un’artista immensa (Tum).
10. Lambrini Girls – Who Let The Dogs Out

Nipotine di Bikini Kill, Babes in Toyland ed Hole, le Lambrini Girls, giovanissimo duo (in trio dal vivo) di Brighton interamente al femminile, anche grazie alla spinta dell’editoria musicale albionica, sono pronte a far tornare in auge l’appellattivo riot grrrls (Andrea Manenti).
9. Julien Baker & Torres – Sand A Prayer My Way

Dodici canzoni, dodici gioiellini, che prendono sì dal country forme e strumentazione, ma stilisticamente rimangono ancorati a un modo alternativo di intendere la tradizione (Andrea Manenti).
8. Early James – Medium Raw

Early James ha aperto il 2025 con un lavoro ottimo e dotato di una classicità intrinseca che lo potrebbe fare diventare un’opera importante anche per gli anni a venire, di quel mix di folk, blues e country che chiamano americana (Andrea Manenti).
7. Bon Iver – SABLE fABLE

A sei anni di distanza da “I, I”, tornano i Bon Iver, la creatura di Justin Vernon che in questo millennio ha saputo creare un nuovo concetto di pop d’autore (Andrea Manenti).
6. Pulp – More

In un’epoca in cui molti gruppi cercano di riaffermare la loro rilevanza attraverso il passato, “More” si distingue per il suo tentativo di guardare avanti, pur senza dimenticare ciò che ha reso unica la band (Tum).
5. Wet Leg – Moisturizer

“Moisturizer” è la prova che le Wet Leg non erano un fuoco di paglia: un disco più maturo e incisivo, ma che mantiene salda la capacità di combinare l’energia del loro indie-rock con il sarcasmo dei testi. Ci si diverte! (Sara Bernasconi)
4. Big Thief – Double Infinity

I Big Thief sono tornati. E questa volta non si accontentano di accarezzarti l’anima: la vogliono scorticare, accendere, rimettere insieme (Tum).
3. Micah P. Hinson – The Tomorrow Man

Non smetteresti mai di ascoltare quella sua voce da crooner, cavernosa e a tratti spezzata. Una voce che parla di sofferenza, disincanto, ma anche di redenzione e libertà (Paolo).
2. Geese – Getting Killed

Album ispirato, con un mosaico a tinte pastello, composto da brani molto diversi tra loro, sperimentazione, pop, canzone d’autore, avanguardia, chi più ne ha più ne metta, ma non in senso negativo, quanto nella sua accezione più positiva possibile (Fabio Campetti).
1. Jeff Tweedy – Twilight Override

L’opera omnia del maestro della musica americana contemporanea. Tre dischi, tutti belli… semplicemente irreale, da perderci la testa (Tum).

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
