Avrei, avrei, ma poi c’è sempre qualcosa che mi tiene fermo qui. Occorre sbarazzarsi delle lenti a nostra disposizione, graduate da qualcuno che, dio lo sconfessi, noi non siamo di certo.

Cesare Malfatti, ex Afterhours e La Crus tra gli altri, compie quello che un artista degno di questo nome dovrebbe fare quasi sempre: accogliere le storie più private, elaborarle trasfigurandole in qualcosa di più grande, che possibilmente riguardi me, tu lettore e tutti gli altri là fuori, e lasciare che loro, i nomi e le cose del proprio racconto, si allontanino il più possibile dal proprio cantore.

“La Storia è Adesso”: semplicità di una frase sconfessata dall’impossibilità dell’essere umano a vivere la superficie della vita con un piede, e con l’altro pronto ad affondarne le implicazioni nella voragine di un tempo che domani chiameremo Storia, appunto. L’autore conosce bene quante difficoltà vi siano nel varcare i confini nel momento in cui essi rappresentano lo stigma di un’identità, sclerotizzata e assoluta.

Valeriano Malfatti, avo illustre dal quale muove l’intera storia, è protagonista di una battaglia per la quale soffrirà e si batterà fino alla prigionia, nel nome della pace e della difesa del Trentino, proprio quando durante la Prima Guerra Mondiale l’irredentismo era la prassi da condannare, e l’Austria aveva conficcato sul suolo italiano la bandiera del nemico.

Di guerra e di sentimenti, di primavere e di clamori parla questo racconto; di un’epoca lontana e assai vicina per gli eventi che ributtano il passato ai nostri piedi di uomini del terzo millennio. A questo proposito l’intuizione dell’utilizzo della macchina “intonarumori” del futurista Luigi Russolo non potrebbe apparire più diacronica e tanto moderna. I drammi che si consumano al fronte producono gli strappi psicologici e umani di cui parlerà lo storico Leed, tracciando il malessere della desolazione innanzitutto a livello geografico, con una terra che diventa “di nessuno”.

Ma la musica arriva prima. Il Manifesto dei musicisti futuristi del ’10 già promette battaglia senza sosta all’individuo e all’opera che ripeta, prolunghi o esalti il passato a danno del futuro. L’arte diventa disinteresse, eroismo, disprezzo dei facili successi. E la filosofia del rumore racchiude l’urlo della modernità, il vociare dei soldati intrappolati nelle trincee, fisiche e morali. Malfatti, all’interno dell’album, riutilizza le registrazioni del genio futurista e le inscrive nell’anima del proprio lavoro. Il suono dell’acqua nei tubi di una grondaia oppure la pioggia che scroscia impetuosa; il sibilo del vento, il motore a scoppio e l’automobile che corre a tutta velocità; il tuono e gli acutissimi grugniti di un maiale. Tutto il paesaggio possibile, la vita insomma, rientrano nella tessitura musicale del disco.

L’elettronica minimale e l’architettura folk fanno il resto. Le reazioni ai concerti futuristi prevedevano spesso lunghe scazzottate e “rumori” di sdegno del pubblico; ma ciò che appare evidentemente come la celebrazione della moderna cultura bellica, qui, con illuminante sapienza, è riproposta da Malfatti quale unica e necessaria trasfigurazione di ogni elemento naturale in elemento astratto d’arte. E se si vuole ri-conoscere la guerra e il suo portato di distruzione, in termini di acquisizione di un’esperienza che noi contemporanei non abbiamo vissuto, occorre partire proprio dal suono, che è la manifestazione più prossima al carattere originario dell’uomo.

“La storia è adesso, la storia è qui mai più concreta di così e so quant’è difficile”: l’incipit più bello della musica italiana dell’anno già alle nostre spalle.

Alberto Scuderi