Ci sono dischi che arrivano dopo molto tempo e sembrano sapere perché hanno aspettato. Dancing Alone on the Concrete è uno di questi. Sono passati sette anni da Midnight. Nel frattempo Stef Chura ha rotto un fidanzamento, ha lasciato Detroit, si è spostata verso sud, ha avuto un figlio ed è tornata a casa. Non è poco. Le canzoni arrivano da lì. Non raccontano tutto, ma portano addosso qualcosa. Come i vestiti dopo un viaggio lungo.
Il disco è stato registrato ad Athens, Georgia, negli Chase Park Transduction, con Robert Schneider degli Apples in Stereo. Schneider era quasi uscito dalla musica e insegnava matematica teorica. Poi ha ascoltato un demo di Chura e ha rimesso mano al banco. Con lui sono arrivati alcuni musicisti della galassia Elephant 6. Ci sono anche David Barbe degli Sugar e Andy LeMaster di Now It’s Overhead. È una compagnia notevole, ma non bisogna farsi distrarre dai nomi. Il disco resta di Stef Chura.
“Leadweight” apre con un piccolo precipizio. Una power trio cammina dritta mentre Chura racconta di sprofondare nell’oceano, di riempirsi la testa di carta e poi andare downtown. È un buon modo per cominciare. Non spiega niente. Mette le cose sul tavolo. “The Concrete” rallenta. È più sospesa, più inquieta. Chura guarda indietro senza sembrare troppo interessata a quello che troverà. Le canzoni migliori del disco fanno proprio questo: cercano qualcosa dentro i ricordi e, quando lo trovano, non sono sicure che sia quello che stavano cercando. Poi arriva “Babydoll”. Sembra quasi che qualcuno abbia aperto una finestra. Ci sono il pop delle girl group anni Sessanta, il lo-fi dell’Elephant 6 e una piccola orchestra storta: Scott Spillane al mellofono, Peter Alvanos alla batteria, John Fernandes al clarinetto. La canzone è leggera solo in superficie. Sotto continua la stessa domanda. Cosa c’è che non va? Quanto peso possiamo sopportare prima di accorgercene? “Danny” è forse il momento più immediato. Peter Buck suona chitarra a dodici corde e pianoforte, Mike Mills basso e voce. C’è un trombone. È una canzone sul rimpianto che potrebbe passare alla radio, se la radio avesse ancora voglia di fermarsi un momento. Chura non forza nulla. Canta come se avesse già capito che alcune cose non si aggiustano. La cosa sorprendente è che tutti questi musicisti, così riconoscibili, non prendono mai il disco in ostaggio. Schneider, Buck, Mills, gli altri: ci sono, si sentono, ma non fanno ombra a Chura. Il suo modo di scrivere resta al centro. È un songwriting curioso e un po’ sghembo, capace di passare dalla malinconia all’irritazione nello spazio di una frase. La voce, poi, ha quella qualità di chi sta cercando di non perdere la pazienza.
Dancing Alone on the Concrete dura appena 27 minuti. Quando finisce viene da controllare se davvero è già finito. Ci sarebbe spazio per un’altra canzone. Forse due. Ma forse è giusto così. Stef Chura ha impiegato sette anni per arrivare fin qui. Il disco non sembra avere fretta di recuperare il tempo perso. Se ne sta lì, breve e un po’ ammaccato, con le sue chitarre, i ricordi e qualche vecchio fantasma.
Poi si alza. E torna a casa.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
