Ci sono album che non cercano di impressionare con sovrastrutture complesse, ma scelgono di colpire dritto al cuore per la loro disarmante verità. Hollywood Stray, il quarto lavoro in studio dei Flame Parade in uscita per Materiali Sonori, appartiene esattamente a questa categoria. Registrato in presa diretta al Playpen Studio di Bristol sotto la guida esperta di Ali Chant (già al lavoro con Yard Act, King Hannah e Dry Cleaning), il disco rappresenta una svolta silenziosa ma profonda per il quintetto toscano: la transizione da un’estetica eterea e sospesa a una dimensione decisamente più urgente, terrena e diretta.
smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
