“Temporale” è il sesto album dei Gazebo Penguins, uscito venerdì 21 marzo per Dischi Sotterranei. A tre anni di distanza dall’ultimo “Quanto” (Garrincha Dischi, To Lose La Track), la band di Correggio torna con un concept di 9 tracce inedite che parlano del cervello, delle sue stratificazioni e del suo rapporto con il nostro Io. L’album è stato anticipato dai singoli Gestalt e Inospitale, quest’ultimo accompagnato da un videoclip mockumentary sul pogo e i suoi effetti benefici.
Il progetto esplora la mente umana riprendendo le riflessioni di Nietzsche e Putnam, la psicologia della Gestalt e di Schopenhauer, interrogandosi sul confine tra realtà e percezione, il modo cioè in cui gli automatismi del cervello influenzano la decodificazione del mondo e il nostro sentire, a volte semplificandoci la vita, a volte gettandoci nel caos.
Abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare con Andrea Sologni (voce, basso, synth e produzione) e Gabriele Malavasi (voce, chitarre, tastiere) a proposito delle nuove canzoni, di come sono nate e del tour. Questo è quello che ci hanno raccontato.
A cura di Mattia Sofo
La prima curiosità riguarda la modalità che avuto usato per scrivere le tracce, inedita rispetto ai dischi precedenti, lavorando molto di più in studio: è stata un’esigenza nata da una sfida o è stata contestuale al tema che avete scelto di raccontare?
A: Fondamentalmente è nata dal fatto che abbiamo iniziato a scrivere in modo più maturo, producendo un po’ di più. Io ho sempre avuto uno studio di registrazione, il tempo e i mezzi per fare le cose con calma ci sono sempre stati, ma non avevamo la voglia, l’età e l’esperienza per lavorare in quel modo. Era tutto più viscerale, molto più punk. Qui ho voluto fare un disco abbastanza “peso” a livello di suoni, c’è stata più ricerca sonora, l’attitudine era proprio quella di fare un disco più complesso. È l’unico album che non ci ha visti provare prima: sono partito da dei tagli che ho fatto sui provini che mi mandavano, quindi fondamentalmente come faccio i beat hip hop: prendiamo cinque secondi da un provino, io ci porto la batteria sotto e da lì partiamo a scrivere un’altra cosa.
Quanto sono cambiate le canzoni durante questo processo?
G: Alcune totalmente. È molto divertente, magari io ho scritto una canzone che penso sia il prossimo capolavoro mondiale, la registro a casa mia con le chitarre, le batterie finte, tutti i piccoli suonetti, i synth, penso anche di averla mixata bene, e poi scopro che da quella traccia viene selezionato un passaggio di 4 secondi, e dal quel segmento parte tutta un’altra canzone che mi piacerà un sacco e di cui sarò fiero. È bello vedere come le idee in una banda prendono e partono come in un processo di divisione cellulare di mitosi, da un dettaglio nasce un altro mondo completamente diverso.
A: Io sono molto fortunato perché si fidano ciecamente di me e mi lasciano lavorare in fase di produzione, poi ci confrontiamo e ci scontriamo sulle varie cose, e arriviamo compromessi in modo che siamo tutti contenti, ma questo succede anche sui testi. Quando mi chiedono come fate ad essere ancora insieme dopo trent’anni, capisco che è per questo: ognuno ha il suo ruolo e il suo lavoro da fare, anche al di fuori dello scrivere i pezzi. Lui si occupa dei contatti con i social, con le agenzie e tutto, io mi occupo dell’aspetto live, tecnico e in studio, Pietro si occupa un po’ più dei social, del sito e del merch…
G: Siamo come un cervello che ha vari moduli, c’è il modulo del linguaggio, il modulo della visione… lavoriamo bene perché ognuno si fida dell’altro.
L’ultimo pezzo di “Quanto”, Uscire, era una cavalcata di consapevolezza quasi catartica. “Temporale” invece ha un ambiente sonoro più pesante, quasi inospitale (titolo di uno dei singoli), come se il temporale oltre alla sua accezione cognitiva rappresentasse anche una tempesta. È così che suona il labirinto della mente?
A: Io sicuramente volevo fare un disco un po’ pesante, nel senso che volevo trovare i distortoni, un po’ come per le chitarre di Legna. La batteria è più simile a “Quanto”, anche se è decisamente più fuori. Finisce male per esempio richiama un po’ Uscire, che è un po’ la nostra tendenza a fare delle colonne sonore – cosa che ci piacerebbe molto – e lo senti sia in Finisce male che in Strani animali, ci sono i grandi tappeti sonori e manca la batteria.
G: Se c’è dell’oscurità è sicuramente benvoluta, è nel nostro Dna.
A: Comunque è un disco in re, c’è il drop d, in alcuni pezzi cambiamo proprio le accordature, quindi il suono è più grave, tira proprio fuori un po’ di pesantezza.

L’idea di parlare del cervello invece come è arrivata?
G: Praticamente ho chiesto alla band se fosse stupido fare un disco che parlasse della testa in senso lato…
A: Abbiamo fatto un disco sulla meccanica quantistica, cazzo vuoi che sia mai parlare della testa.
Sembra che la tendenza sia quella di essere sempre più ambiziosi…
G: L’ambizione, oltre a quella di complicarci la vita perché ci stimola, è creare qualche storia che resti, che abbia la stratificazione necessaria per durare un po’ più di quei 10 giorni in cui il tuo disco è in promozione. Fai qualcosa che ha richiesto tanto lavoro e tanto studio, per delle canzoni che dopo un ascolto o due ti lasciano ancora, magari dopo un mese, il desiderio di approfondire qualcosa, qualche aspetto. È il motivo per cui è un disco con una bibliografia: ci gratificherebbe sapere di aver fatto un disco che ha più livelli interpretazione, una storia un po’ polposa dietro che possa essere spesa nel tempo.
Questa ricerca è evidente ai vostri concerti, perché anche i brani più vecchi non sembrano mai fuori posto. A proposito, inizia il tour, avete già scalettato? E soprattutto, ci saranno anche i fiati?
G: A Milano ci saranno. Sono due musicisti straordinari, Enrico Pasini (tromba) e Manuel Caliumi (sax), che ovviamente sono impegnatissimi, ma ogni tanto riusciamo a incastrarli per suonare coi Gazebo Penguins.
A: Per le scalette iniziamo ad avere problemi, perché ora i pezzi esclusi dalla scaletta sono più di quelli inclusi, e ovviamente ognuno ha un pezzo che vorrebbe fare. Per la prima volta litighiamo sui pezzi da mettere in scaletta e non su quelli da togliere.
G: Riflettendoci, in vent’anni abbiamo fatto tante canzoni che ci piacciono. Magari c’è qualche pezzo che odiamo fare live perché bisogna cambiare accordatura o è particolarmente complicato, però in generale non ci vergogniamo di nessun pezzo che abbiamo scritto o è uscito. Sicuramente vogliamo suonare quelli nuovi che per noi hanno un’urgenza diversa, sarà un concerto come un film diviso in due tempi: ci sarà “Temporale” che finisce male malissimo, e poi faremo una roulette russa di quali pezzi di questi vent’anni portare dal vivo in uno slot temporale che sia quello che ci garantisca la sopravvivenza.
A: E soprattutto la sopravvivenza dei promoter che ci stanno chiedendo un’ora e mezza di live… e noi il cazzo che suoniamo un’ora e mezza.
G: Per noi un’ora e mezza di Gazebo Penguins vuol dire che c’è un’ora e un quarto più un quarto d’ora di fischi. A parte gli scherzi, abbiamo visto che un’ora e mezza del nostro concerto è più che sufficiente, per noi ma soprattutto per l’intensità, le orecchie, i timpani, le denunce… Quindi se vuol dire tagliare qualche canzone, dopo le otto date di presentazione che sono un po’ in giro per l’Italia, quest’estate la scaletta sarà un continuo ribaltamento di pezzi esclusi.
Il tour parte il 26 marzo dal Circolo Magnolia a Milano per poi proseguire il 10 aprile al Cap10100 a Torino, l’11 all’Astro Club a Pordenone, il 17 al Monk a Roma, il 9 maggio al Viper Theatre a Firenze, il 10 al Locomotiv Club a Bologna e il 17 al Dong Music Club a Macerata.
Ph: Gio Fato

Mi racconto in una frase: “Il segreto è il whiskey” (dopo aver ottenuto il foglio rosa)
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica: Alcatraz (Milano), Serraglio (Milano), Circolo Ohibò (Milano)
Il primo disco che ho comprato: Doveva essere qualcosa di Ligabue.
Il primo disco che avrei voluto comprare: Pink Floyd – Atom Heart Mother
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: Mi piace andare al cinema da solo.
