Mio padre sostiene da sempre che la musica moderna sia solo un colossale complotto industriale inventato per allentare le otturazioni dei denti e costringerci a ritornare dal dentista prima del tempo. Durante tutta la mia infanzia, ogni volta che alzavo il volume oltre la soglia del sussurro umano, sbucava dal corridoio agitandosi e puntalizzando che quelle frequenze stavano rovinando la malta dei mattoni di casa. Per la prima volta nella sua vita, devo ammettere che il vecchio ha assolutamente ragione. Ma quello che lui considera un difetto di fabbricazione è in realtà una meraviglia di ingegneria emotiva: ed è esattamente il motivo per cui You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love di Olivia Rodrigo è il disco POP PERFETTO.
Siamo onesti: l’udito è un organo biologico del tutto sopravvalutato. Serve per lo più per ascoltare persone sgradevoli che masticano chewing-gum a bocca aperta sui mezzi pubblici, o per essere svegliati alle quattro del mattino dal sibilo nevrotico del motore del frigorifero. Il vero pop d’autore non ha alcun bisogno della vostra attenzione acustica passiva: richiede la vostra ANIMA, la vostra colonna vertebrale e l’ossatura della vostra gabbia toracica. Se siete sordi, o se più semplicemente vivete in un condominio con un vicino pensionato che chiama le forze dell’ordine non appena accendete il microonde, questo disco è stato concepito direttamente per stimolare la vostra struttura ossea senza passare dai padiglioni auricolari.
Ho passato gli ultimi venticinque anni della mia vita sociale – rovinando un numero spropositato di cene tra conoscenti – a spiegare a malcapitati interlocutori che la vera matematica della malinconia è stata codificata nelle foreste attorno a Stoccolma verso la metà degli anni Novanta. Quando i Cardigans mi ribaltarono la vita con Lovefool nel 1996, i produttori dei Cheiron Studios presero appunti su ciò che rende davvero immortale un pezzo da tre minuti e trenta secondi. La regola aurea scandinava è di una semplicità spietata: la melodia deve possedere la superficie liscia e brillante di una caramella al pino mugo e deve contenere al suo interno un nocciolo di puro veleno emotivo. Se una canzone è soltanto triste, si trasforma in un noioso monologo da seduta di psicoterapia a duecento euro l’ora; se è soltanto allegra, diventa il jingle pubblicitario per una marca di bastoncini Findus.
Olivia Rodrigo e il suo fido alchimista di studio Dan Nigro hanno preso quel sacro manuale di architettura nordica, l’hanno sfogliato con olimpica noncuranza e l’hanno lanciato dal finestrino di una limousine in corsa a centosessanta all’ora. You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love è il risultato di questa collisione spettacolare. Prendete un brano come Drop Dead: se appoggiate i palmi delle mani nudi sulla cassa in legno dello stereo, vi accorgerete che il basso sintetico non si limita a passare per l’aria, ma vi riorganizza la digestione con la precisione di un chirurgo estetico. Le vostre costole iniziano a vibrare esattamente sulla stessa frequenza del risentimento adolescenziale, ed è una sensazione fisica così vivida che persino un sordo completo potrebbe identificare il momento preciso in cui la cantante sta alzando gli occhi al cielo per l’ennesima delusione amorosa.
In Stupid Song c’è tutta l’isteria compressa di quando ti scappa da ridere a crepapelle durante un funerale di stato. Il ritmo della cassa è un battito cardiaco accelerato dall’ansia sociale, una serie di colpi secchi che risalgono lungo le gambe se avete la compiacenza di ascoltare il pezzo a piedi nudi sul parquet. In What’s Wrong with Me arriva anche Robert Smith e la frequenza scende così in basso da raggiungere i 40 Hertz: è una spinta costante sul diaframma che fa tremare le tazzine da tè da collezione nel credenzone della zia, rimescolando la porcellana buona con un sussulto sismico. È la pura fisica della disperazione trasformata in intrattenimento di massa. E’ la magia.
I puristi dell’indie-rock da tavernetta, quelli che collezionano musicassette dal nastro sgualcito e si vantano di ascoltare solo rumore bianco registrato sul quatro piste per sentirsi superiori ai colleghi di ufficio, vi diranno che la vera arte risiede soltanto nell’amatorialità e nella sofferenza priva di melodie. Ignorateli completamente: sono persone affette da grave scogliosi e da un eccesso inguaribile di presunta vanità intellettuale. La vera rivoluzione non è suonare male in un garage umido del quartierino ma prendere la disperazione umana più pura e confezionarla con una produzione da milioni di dollari che costringe anche chi non possiede il senso dell’udito a muovere il bacino a tempo.
Dunque, stasera fatevi un favore. Toglietevi le scarpe, spegnete le luci della stanza per evitare inutili distrazioni visive e sdraiatevi direttamente sul pavimento del soggiorno, a pochi centimetri dal sub-woofer. Lasciate che i colpi di batteria di Cigarette Smoke attraversino il legno delle assi e risalgano lungo le vostre vertebre fino a raggiungere il vostro residuo di amor proprio. Non vi serve un paio di orecchie funzionanti per capire che questo è il disco dell’anno: vi basta possedere uno scheletro. E se la porcellana di casa inizia a vibrare pericolosamente, dite pure a vostro padre che è soltanto la storia della musica pop che sta prendendo le misure della stanza.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
