Ci sono gruppi che tornano dopo nove anni e sembrano voler dimostrare a tutti i costi di non essere mai andati via. I Broken Social Scene, invece, rientrano con l’aria di chi ha fatto una lunga passeggiata, ha incontrato un po’ di gente per strada e adesso ha qualcosa da raccontare.
Remember the Humans è il loro primo album in studio dal 2017 e non ha niente dell’operazione nostalgia. Nessun museo del passato, nessuna fotografia ingiallita. Ci sono dodici canzoni, quasi cinquanta minuti e una vecchia, grande banda canadese che rimette in moto il proprio laboratorio per vedere cosa succede.
La risposta è: succede parecchio.
Già Not Around Anymore mette le cose in chiaro. Chitarre, batterie, voci e tastiere entrano in scena con quella caratteristica sensazione da traffico cittadino: apparentemente tutto procede senza regole, ma miracolosamente nessuno si schianta. È il suono dei Broken Social Scene, una specie di disordine molto ben organizzato nel quale ogni musicista sembra avere un appuntamento diverso e tutti, alla fine, arrivano nello stesso posto.
Only the Good I Keep, con Hannah Georgas, porta subito il disco verso la memoria e le cose che scegliamo di conservare. È una canzone dolce senza diventare sdolcinata, malinconica senza mettersi a piangere sulla propria spalla. Una specialità della casa.
Poi arriva Mission Accomplished (Kingfisher) e il titolo promette una vittoria che la musica sembra non prendere troppo sul serio. Le chitarre corrono, le voci si accavallano, il ritmo spinge. È il genere di pezzo che ti fa venire voglia di alzare il volume anche se hai appena promesso di non farlo.
The Call apre invece uno degli spazi più ariosi dell’album. Il suono si allarga, le melodie respirano e torna a sentirsi la mano di Dave Newfeld, produttore storico della band. Newfeld non prova a rendere i Broken Social Scene più ordinati. Fa qualcosa di molto più intelligente: lascia che restino un po’ storti.
Relief è una tregua luminosa, mentre And I Think of You e This Briefest Kiss si prendono il loro tempo. Sono canzoni lunghe, ma non sembrano mai interminabili. La band sa ancora lasciare spazio alla musica senza trasformare ogni crescendo in una dichiarazione universale sull’esistenza.
È forse la qualità migliore del disco: prende temi come il tempo, l’amore, la perdita e la memoria e li tratta con una certa leggerezza. Come se anche le cose importanti, ogni tanto, avessero bisogno di uscire a prendere aria.
Life Within the Ground è più riflessiva, Hey Amanda più immediata, Paying for Your Love ha già nel titolo una piccola smorfia ironica. Poi arriva What Happens Now, con Leslie Feist, e il disco cambia temperatura. La sua voce entra nella canzone senza bisogno di rubare la scena. È uno dei momenti più eleganti dell’album.
La chiusura è affidata a Parking Lot Dreams, un titolo che potrebbe appartenere a una commedia indipendente degli anni Novanta e che invece nasconde una canzone malinconica e affettuosa. Un parcheggio, una persona, un ricordo: nei Broken Social Scene basta poco per aprire una porta e far entrare tutto il resto.
A quel punto il titolo dell’album sembra quasi un promemoria: Remember the Humans. Ricordati delle persone, delle loro imperfezioni.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
