C’è un certo tipo di disco americano che non ha bisogno di annunciarsi. Niente grande ingresso, niente dichiarazioni solenni, nessun tentativo di dimostrare che il cantante ha sofferto più di voi. Comincia e basta, entra nella stanza, si mette comodo e aspetta che voi lo raggiungiate. I’ve Missed You All These Years di Sera Cahoone è un disco di questo tipo. È anche il primo album di Sera Cahoone dopo quasi un decennio, e questo rende il titolo meno simile a uno slogan promozionale che a una semplice constatazione. Cahoone è rimasta lontana dai riflettori, ma non è certo rimasta con le mani in mano. La songwriter e batterista di Seattle ha passato questi anni producendo dischi, suonando, crescendo una famiglia e attraversando quelle perdite che tendono a rimettere in discussione il nostro senso del tempo. È morto suo padre. Sono morti la sua migliore amica e il suo cane. Alla fine è tornata a scrivere canzoni. Il risultato è un album sull’assenza che non sembra mai ossessionato dall’assenza. Se conoscete Cahoone per Only as the Day Is Long o Deer Creek Canyon, riconoscerete l’architettura di fondo: chitarre circondate da molto spazio, batteria discreta, pedal steel, pianoforte e quella zona di confine tra indie rock, folk e country. Si possono sentire echi di Lucinda Williams, Gillian Welch e del lato più quieto di Neko Case, ma Cahoone non sembra intenzionata a fare domanda per un posto nella Hall of Fame dell’Americana. Sembra piuttosto una persona che ascolta dischi da molto tempo e sa quando è meglio non aggiungere altro.

“Say Something” è un buon punto di partenza. La canzone non insegue il ritornello perfetto. Lascia che la tensione cresca. “Not How I Hoped” ha la stessa pazienza, con la pedal steel che accompagna il brano e gli dà quella familiare malinconia country senza trasformarlo in una cartolina strappalacrime. Poi arriva “Pulling Up Roots” e, all’improvviso, l’album apre le finestre. Il pianoforte e la steel gli danno un’andatura rilassata, quasi da bar. È una di quelle canzoni che sembrano facili finché non ci si accorge di cosa stanno davvero raccontando: andarsene, cambiare, capire quali parti di noi stessi valga la pena portarsi dietro.

È questo l’equilibrio in cui Cahoone dà il meglio di sé. Le canzoni sono personali, ma non pretendono che conosciate la loro storia. “Supposed To Be”, scritta all’ombra della morte del padre, avrebbe potuto facilmente cedere sotto il peso delle proprie emozioni. Invece rimane sorprendentemente semplice e diretta. Niente pianoforte hollywoodiano. Niente crescendo da colonna sonora. Solo una persona che cerca di dare un senso a qualcosa che non ne vuole sapere di averne uno.

Ci sono anche momenti più leggeri. “Horse Runnin’” porta nel disco una dose maggiore di carattere country. “Hits Right” ha quella qualità libera e vissuta di una canzone che potrebbe uscire dall’autoradio di un vecchio pick-up. “Tangled Nights” aggiunge Hammond e accordion, allargando la tavolozza senza far sembrare l’album sovraprodotto. Ed è importante. I’ve Missed You All These Years è un disco che parla tanto di produzione quanto di songwriting. Cahoone sa come costruire una stanza intorno a una canzone. Nulla soffoca la voce. Nulla reclama attenzione. Gli arrangiamenti sono ricchi di dettagli senza diventare leziosi.

Per chi la scopre oggi, forse è proprio questo il motivo migliore per cominciare da qui. Non serve conoscere la scena indie rock di Seattle. Non serve essere appassionati di Americana. E non serve neppure avere una particolare passione per i dischi tristi.   Servono solo venti minuti e una stanza tranquilla.

Quando arriva “Something Good”, alla fine, con i suoi piccoli dettagli domestici e il suo ottimismo prudente, l’album ha cambiato silenziosamente argomento. È partito dagli anni perduti. Finisce guardando a ciò che potrebbe esserci ancora davanti. Non è redenzione. È qualcosa di meglio e meno spettacolare.

È alzarsi. Fare il caffè. Andare avanti.