Jennifer Gentle, un tormentone

È inevitabile. Quando si parla dei Jennifer Gentle si dice sempre la stessa cosa. «Lo sapete? I Jennifer Gentle sono stati la prima band italiana ad essere stata messa sotto contratto dalla Sub Pop Records». Sì, quell’etichetta lì. Quella che ha fatto sognare tutti noi, ex giovani infognati nel grunge. Quella dei Nirvana, dei Green River, dei Mudhoney. Così, tanto per citarne tre a caso.

Roba da pelle d’oca, non c’è che dire. E non c’è dubbio che nel curriculum della gloriosa creatura di Marco Fasolo questo dettaglio debba occupare necessariamente la parte alta del foglio. In un curriculum, però, si elencano sempre e soltanto i risultati. I meriti vengono omessi per giungere subito alle conclusioni. Ma insomma, la domanda bisogna porsela. Come fecero i Jennifer Gentle a sbarcare nello Stato di Washington partendo dalla piccola Padova? Cosa li rese unici agli occhi, e soprattutto alle orecchie dei talent scout di Seattle? Sono fighi, siamo d’accordo tutti. Ma perché?

Per provare a dare una risposta a queste domande, bisogna vederli dal vivo, i Jennifer Gentle. Negli ultimi mesi la band è tornata in tour per presentare il suo nuovo, imponente album. Un disco che porta il nome stesso del gruppo, e forse non a caso. “Jennifer Gentle”, uscito questa volta per Tempesta International (la Sub Pop italiana?), è infatti una summa del Fasolo-pensiero, riassunta in 17 brani spesso molto diversi tra loro, ma aggrappati alla medesima sensibilità artistica.

 

Un puzzle perfetto

Questa poliedricità intrinseca, questa versatilità mai fine a se stessa, ma in grado di fare atterrare ogni singolo mattoncino in un unico punto di raccolta, diventa lampante proprio durante i live. Noi li abbiamo visti al Serraglio di Milano, ma lo stesso discorso vale per qualsiasi altra data. Del resto è sempre stato così, fin dai tempi di “I Am You Are” e “Funny Creatures Lane”. Sono passati vent’anni, ma l’approccio non è cambiato.

Bene, il concerto si apre con My Inner Self, un brano tratto dall’ultimo album. Non esattamente un riempipista, per intenderci, ma qualcosa di insolito, almeno per i vecchi fan. Perché le atmosfere, contrariamente alle attese, sono cupe e penetranti, con una batteria elettronica quasi industrial e una voce salmodiante in stile Peter Murphy. Ma dura soltanto pochi minuti, perché il velo di oscurità che avvolge il palco viene subito squarciato dalle note colorate delle successive I Do Dream You, My Memories’ Book e Take My Hand: tre vecchi cavalli di battaglia che ci si aspetterebbe nel finale e che invece spostano l’attenzione su un nuovo binario sonoro. Beat, garage e storture crampsiane, però, servono soltanto a vestire in modo più sgargiante il corpo nudo di Syd Barrett, la sagoma sulla quale Fasolo ricama da sempre il sound della band. Il punto di raccolta dei mattoncini.

 

In continuo restauro

Il nuovo gruppo, con Diego Dal Bon (batteria), Carlo Maria Toller (tastiere e chitarre), Alessio Lonati (basso), Kevin Magliolo e Carlo Poddighe (chitarre e organo), si muove alla perfezione tra le pieghe della discografia dei Jennifer, quasi non avesse mai fatto altro nella vita. Ed è questa un’altra delle magie della band: la sua capacità di rigenerarsi intorno al nucleo centrale, assumendo lo stile, l’ispirazione e la mentalità del suo leader. Una forma di vita in grado di mantenersi intatta pur non restando mai uguale a se stessa. Come quell’uomo che si guarda allo specchio e continua a riconoscersi identico nonostante gli anni passati. In toni ancora più aulici, potremmo dire che i Jennifer Gentle, più che un gruppo tradizionalmente inteso, sono un modo di pensare e di suonare. Esistono punto e basta, al di là delle presenze in sala prove e sui palchi. E ogni volta è una goduria.

 

Stranieri in patria

Buona parte del concerto, come è ovvio, si snoda intorno all’ultimo lavoro. Ci sono Beautiful Girl (quanto ricorda i migliori Supergrass!), il funky-bianco bowieano di Guilty e qualche altra chiccheria tipo More Than Ever,un incrocio tra i Queen e le ballate romantiche dei Beach Boys. Tutti attestati di un ulteriore pregio della creatura di Fasolo, ovvero la sua caratura internazionale. E non si tratta soltanto di una questione di riferimenti, sia chiaro, ma di orizzonti musicali. Lo sguardo dei Jennifer Gentle si perde ben oltre i confini nazionali. Non cerca il confronto e nemmeno il riscontro. Né in patria, né altrove. In questo senso è uno sguardo straniero, che non appartiene a nulla se non a un certo modo di maneggiare il suono.

 

Sotto prescrizione del dottor Fasolo

Nella gestione del gruppo, delle performance live e della vita stessa dell’universo Jennifer Gentle, non c’è nulla che sfugga al suo protagonista. La capacità di controllo è il quarto valore aggiunto della band. Alla vita da rockstar comunemente intesa, fatta di genio ma anche di molta sregolatezza, Marco Fasolo contrappone un approccio più razionale, composto e compassato (nel senso positivo del termine). Alla stregua di uno scienziato del suono, produce a mente lucidissima, e il risultato è lì da ascoltare. Per quanto la sbavatura sia spesso un ingrediente fondamentale nel rock’n’roll, qui viene abolita e sostituita da un elemento altrettanto importante: la padronanza. Non si tratta di noiosa disciplina, ma di educazione musicale e cura dei dettagli. L’intera storia dei Jennifer Gentle passa attraverso dei rivoli che si sono trasformati in canali ben orientati e a prova di esondazione. Il torrente scorre senza intoppi, gli argini non danno mai segni di cedimento, e anche quando l’acqua si sporca di psichedelia, ci si può tuffare senza il pericolo di sbattere la testa.

Paolo

 

 

LE PROSSIME DATE DEL TOUR:
27/12/2019  Cosenza – Mood Social Club
28/12/2019  Messina – Retronouveau
29/12/2019  Palermo – I Candelai
30/12/2019  Catania – Supercinema
25/01/2020  Bologna – Covo Club