C’è un momento, nella vita di ogni creatore di universi, in cui la città che ha edificato diventa così vasta e multiforme da non appartenergli più. Quando Nate Amos – l’architetto sonoro che si cela dietro il nome This Is Lorelei – ha eretto Box for Buddy, Box for Star nel 2024, ha tracciato la mappa di un labirinto febbrile. Era un dedalo in cui amore, dolore e morte si intrecciavano diramandosi in cinque direzioni simultanee. Una costruzione così prodigiosa che viaggiatori illustri e cantastorie di terre lontane (Jeff Tweedy, MJ Lenderman, Katie Crutchfield, Cameron Winter) hanno voluto abitarla, riproducendone le geometrie in due edizioni deluxe. Ma cosa accade quando l’artigiano ascolta l’eco della propria voce restituita da altre gole? Nasce The Singer in My Band, un disco in cui i riflessi hanno plasmato lo specchio stesso.
Se il lavoro precedente era una città caotica e tentacolare, il nuovo paesaggio disegnato da Amos è retto da una segreta esattezza. In Sailing (Your Baby’s Down) la traiettoria si fa rettilinea, quasi che le reinterpretazioni altrui gli avessero suggerito una via più limpida e decisa. In questo vertiginoso gioco di specchi, Amos arriva persino a reinterpretare se stesso, un esercizio di combinatoria musicale già abbozzato nella raccolta Holo Boy del 2025.
Ogni brano è un meccanismo esatto, un orologio che misura sentimenti. I Will Eat My Heart in the Morning Light apre l’opera non come una semplice canzone, ma come un paradosso temporale agrodolce: “I have no present / To gift to the past“. Qui si condensa l’essenza cristallina di This Is Lorelei: la brillantezza pop di Two Legs, l’anima di A Beat for You and Me e l’onestà nuda di Where’s Your Love Now?. Il paradosso si estende anche agli spazi fisici della creazione. Come un monaco nel suo scriptorium, Amos ha abbozzato le tracce nella solitudine del suo appartamento, per poi espanderle e limarle nella casa dei genitori. Da questa alchimia domestica fioriscono le architetture dilatate di Sarah Is It Going to Rain Forever, costruite su fondamenta di archi e chitarre sature, e il moto perpetuo di Oh No Now My, un ingranaggio ritmico inarrestabile impreziosito da armonie stratificate.
L’album si pone sul confine invisibile tra due regni: l’indie e l’Americana. Amos è il custode che sorride mentre The Kid with the Crown, gemma power pop dalla geometria perfetta, passa il confine a braccetto con la title track. Quest’ultima è un omaggio circolare alle radici, un rito familiare in cui il robusto “twang” rurale è scandito dal banjo del padre Bob e dalla voce della sorella.
Certo, chi esplora queste nuove strade cercando l’ombrosa e meravigliosa stravaganza di Angel’s Eye (il duetto paterno del disco precedente) potrebbe accorgersi che l’autore ha levigato qualche spigolo di troppo. I sintetizzatori di Billy Came Back fluttuano con una qualità così ariosa da rischiare, per eccesso di etere, di volare via senza farsi trattenere dalla memoria. Eppure, proprio questa leggerezza – intesa come planata sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore – è la formula magica che Amos usa per sottrarsi alla gravità delle aspettative. La leggerezza si fa insubordinazione nel passo trottante di Watching Heaven Fall, che contrasta vertiginosamente con il peso del suo commento sociale e spirituale.
La maestria di Amos sta nel distillare il malinconico senza mai farsi zavorrare. And I Haven’t Seen My Love in Quite a While avanza con un passo così elastico e primaverile da celare, quasi per pudore, le crepe di un cuore spezzato; mentre Don’t Cry in Your Lonesomeness si chiude attorno all’ascoltatore come un abbraccio simmetrico, portando a compimento quell’empatia che già rendeva raro il suo predecessore.
Forse The Singer in My Band non irrompe all’improvviso come la meteora di due anni fa. Si muove piuttosto con la grazia calcolata di un astro che ha trovato la sua orbita definitiva, la conferma di un talento generazionale che ha imparato a padroneggiare i propri fantasmi. Verrà il giorno in cui altri pellegrini canteranno queste nuove melodie. Ma ora, nel centro esatto di questo universo sonoro, è finalmente il turno di Nate Amos.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
