thao temple

“Temple” è il quinto album pubblicato dai Thao & The Get Down Stay Down. Il nuovo lavoro del gruppo arriva a quattro anni di distanza dal precedente “A Man Alive” e si caratterizza per una carica e un entusiasmo nuovi, percepibili già dalle premesse. L’album è stato prodotto dalla frontwoman Thao Nguyen, mentre il missaggio, per volontà della stessa, è stato affidato a Mikaelin “Blue” Bluespruce. Questa collaborazione contribuisce a dare una svolta al progetto. Infatti il produttore newyorkese ha portato influenze dal mondo del pop e dell’hip-pop in cui lavora già da tempo, indirizzando la band verso nuovi orizzonti. Questo cambio di rotta, o per meglio dire questa nuova sperimentazione, arriva soprattutto dalla necessità di Thao di esprimersi diversamente rispetto ai lavori precedenti di taglio indie-rock.

Le intenzioni dell’artista sono chiare: uscire dalla comfort zone del folk-rock e dell’alternative-rock in cui la band ha finora navigato. C’è la volontà di creare un’interruzione con il lavoro passato senza comunque rinnegarlo, con l’aspirazione a dar vita a qualcosa di veramente nuovo e originale. La stessa Thao ha dichiarato di essere stata sempre generica, e che adesso invece vuole rendere ben riconoscibile il proprio lavoro, provando quindi ad affermare la propria identità artistica. Alla base c’è l’elaborazione da parte di Thao di un periodo molto intenso della propria vita (dal coming out al matrimonio con la compagna e i contrasti con la famiglia e la cultura vietnamita da cui proviene), quindi di una coscienza rinnovata e fortemente consapevole che si vuole concretizzare anche nella musica.

Il risultato finale è sicuramente da apprezzare in quanto coerente con il nuovo progetto, anche se l’album convince solo a tratti, o meglio riesce a farlo solo in alcune canzoni che rendono efficaci le scelte artistiche. Tra i pezzi più riusciti c’è sicuramente la title track Temple che, oltre ad aprire il disco, presenta l’artista nella sua versione più fedele. La seconda traccia Phenom, invece, ci spiazza subito, ma positivamente. Il beat di stampo hip-pop ci dà un po’ l’idea di quali siano le intenzioni di Thao.

In pezzi come Pure Cinema e How Could I l’artista riesce a sintetizzare il proprio repertorio con la nuova impronta musicale attraverso il contrasto tra le influenze punk e le melodie dettate dal synth, regalandoci dei brani abbastanza convincenti. Altri brani come Lion the Hunt, invece, non centrano l’obiettivo per l’eccessiva sperimentazione sconnessa dal resto dell’album. Assoluta protagonista rimane comunque l’originalissima voce di Thao, che in canzoni come Marauders riesce ad esprimersi al meglio creando un’atmosfera più intima e riflessiva. In Disclaim, purtroppo, viene limitata dal ritmo troppo ridondante e leggermente melenso.

L’esito è un disco coraggioso che non sempre è in grado di fare centro, ma che sicuramente crea delle aspettative per i futuri lavori. Un fattore che viene fuori da una lettura più profonda e più ampia del disco riguarda la sperimentazione, frutto della spontaneità artistica e delle esperienze di vita dell’artista. Un’evoluzione musicale che ha lo scopo di uscire dai canoni dell’indie-rock, genere in cui è difficile non solo confermarsi ma soprattutto affermare la propria identità e originalità, riuscendo a proporre qualcosa di veramente innovativo.

Giuseppe Maltese

 

Photo credit: Shane McCauley