Lido di Camaiore (LU), 26 giugno 2026

Pomeriggio inoltrato, fa un caldo micidiale. Dietro il parco della Bussola c’è un piccolo agglomerato di tende. Un ragazzo è seduto su una sedia da campeggio, con una birra in mano. Scanso equivoci, indossa una maglietta dei Bad Seeds. Ma era già piuttosto chiaro che qui la gente si è accampata in attesa di Nick Cave. Come si fa per quelli importanti. Per i miti, le rockstar. Per gli intoccabili. Il cantautore australiano è tutto questo messo insieme. Importante per la musica, la scrittura e l’arte tutta. Un mito da coltivare e diffondere. Una rockstar dall’aura maledetta, con tutte le leggende che ne conseguono. E un intoccabile, certamente, perché nella sua carriera non ha (quasi) mai sbagliato nulla.

Il suo rapporto con il pubblico è viscerale e indissolubile. Te ne accorgi prima ancora che inizi a suonare, e non solo per le tende che spuntano come funghi nella pineta. Te ne accorgi per il clima di serietà che si respira sotto il palco, per il senso di comunità cresciuto tra i fan con il passare degli anni, per la presenza di un linguaggio in codice condiviso, fatto di abiti scuri, schiene vagamente curve, trucco pesante e una discreta passione per la birra a 5 euro. Quando Nick Cave compare in scena, stretto nel suo tipico abito scuro, sopra a un gilet dello stesso colore, una camicia a righe e una cravatta che strozza anche l’ultima speranza di assaporare la brezza che viene dal mare, in questo momento anche l’ultima barriera tra l’artista e il suo pubblico crolla definitivamente.

Non è un caso che il primo brano in scaletta sia Get Ready For Love. L’amore che esplode in un rito collettivo, una messa laica che nei successivi 90 minuti di concerto chiama all’altare almeno tre generazioni di adepti. Quattro, se includiamo il bimbo trascinato sul palco durante la toccante esecuzione di O Children, preso per mano e rimasto abbracciato alla gamba di Nick fino alle ultime note del pezzo. È uno dei momenti più emozionanti della serata, ma non certo l’unico. Tupelo è la solita orgia tribale da far accapponare la pelle; Red Right Hand, più ritmata rispetto all’originale, trotta polverosa nelle valli oscure della mente, mentre Jubilee Street si snoda sinuosa intorno al suo riff reiterato fino alla deflagrazione finale.

Cave, nel frattempo, non risparmia nemmeno una goccia di sudore. Cerca costantemente il contatto con le prime file, si lascia sostenere e sollevare, cede il microfono a qualcuno, poi lo riprende e lo getta con forza alle spalle. Si volta, sale di nuovo le scale, corre verso il pianoforte, suona qualche accordo e torna ancora là, tra la sua gente. La corista Janet Ramus, che in realtà è ben più di una corista, conquista la scena sostituendosi a Pj Harvey nell’intramontabile Henry Lee, trasformata in un maestoso gospel. Uno spettacolo che non sarebbe lo stesso senza il sostegno dei Bad Seeds, trascinati da un impeccabile Warren Ellis, da brividi anche nei cori, e ai quali si è unito anche Colin Greenwood al basso, 57 anni compiuti proprio stasera.

Il finale, già scritto, vede Nick Cave da solo, questa volta ancorato al centro della scena, cantare il suo brano più intenso e famoso, Into My Arms. Migliaia di persone la cantano con lui, sottovoce, quasi per non disturbare. L’effetto è davvero quello di una preghiera. Un pensiero privato, che in mezzo a tanta gente pronta a rileggerlo, reinterpretarlo e diffonderlo, diventa un messaggio universale. È il potere del mito, dell’intoccabile. Una qualità che ormai possiedono in pochi. Anzi, pochissimi.

Paolo 

 

nick cave la prima estate

Ph: Fabio Paleari per La Prima Estate