La data del 30 marzo è segnata sul mio calendario da circa quattro mesi, ovvero da quando i Palace hanno annunciato due date in Italia subito dopo l’uscita di So Long Forever, il loro primo album. Con una puntualitĂ  che non mi appartiene, giovedì 30 marzo arrivo al Serraglio alle 22 in punto. I Palace sono giĂ  lì, nel buio della sala, impossibile non notarli: infatti, dopo una manciata di secondi, sono giĂ  circondati da ragazzine avide di foto. Loro ci stanno ma la scena è surreale: non sono mica i Backstreet Boys. Poco dopo, qualcosa comincia a muoversi: salgono sul palco gli Younger and Better, band milanese che suona canzoni dagli attacchi strani quanto i loro movimenti sul palco. I loro brani sono numerati, tipo track 4, track 7, track 14… Poi ne fanno una che contiene la parola banana – o il suo anagramma – e qualcuno dalla platea la ribattezza al volo sbananone. Grandi. Dopo di loro, arriva un ragazzo pettinato male, vestito peggio. Dice che i suoi amici Palace gli hanno fatto un regalo: può suonare una canzone. Contro ogni aspettativa, si rivela un
regalo anche per noi. Sono quasi le 23 e, finalmente, i Palace cominciano a suonare. Ok, sapevo già che il cantante fosse un gran bel ragazzo ma sul palco, si sa, c’è una luce diversa. Mi tocca dare ragione alle ragazzine delle foto. Quando comincia a cantare, tutto lo spazio si riempie della sua voce. Non esiste più nulla. I Palace non ne sbagliano una. Impeccabili. A ricordarci che sono umani ci pensa il bassista, che è il tipo simpatico del gruppo: «Siamo i Palazzo, da Londra». Parla italiano con l’accento londinese e basta questo per strappare un sorriso. Le canzoni che avevo ascoltato così tante volte scorrono via una dopo l’altra: Break the Silence, It’s Over, Have Faith, Family, Kiloran, Bitter… Tutto bellissimo. Adesso sto pianificando di andare a uno degli otto festival in cui suoneranno quest’estate, per incontrarli di nuovo.