night moves carl sagan

A sei miliardi di chilometri oltre l’orbita di Plutone, la Terra è un puntino azzurro quasi impercettibile. A fotografarla da lassù, più o meno ventisette anni fa, fu la sonda della Nasa “Voyager 1”. L’idea di girare la fotocamera verso il nostro pianeta fu dell’astrofisico Carl Sagan, tra i più influenti del Novecento. A lui è dedicato l’ultimo Ep dei Night Moves, il duo psych-pop di Minneapolis composto da John Pelant e Micky Alfano. Un disco affascinante, che a dispetto del generale silenzio in cui è stato accolto dai più, rappresenta un’uscita da non sottovalutare nell’ormai vastissima produzione della Domino Records.

I brani sono cinque, tutti registrati durante le sessioni di “Pennied Days”, l’ultimo Lp pubblicato nel 2016. La title-track, l’unica traccia già inserita nell’album precedente, inaugura le danze marcando subito il territorio. Ma dove l’esaltazione di un genere tende di norma a confinare l’ascoltatore in una nicchia sicura, qui l’apertura alla neopsichedelia che va tanto di moda ha l’effetto contrario di un piacevole spaesamento. I Night Moves non sono i Tame Impala e nemmeno gli Mgmt. Sono piuttosto una creatura aliena che guarda alla Terra mimetizzandosi con ciò che meglio la rappresenta. In questo processo la band rispecchia perfettamente il lato più naïf di Carl Sagan. Fu lui, infatti, a sparare nello spazio un disco per grammofono in cui erano incisi messaggi e immagini dal nostro pianeta, nella speranza che capitasse tra le mani di un extraterrestre. Tra quelle registrazioni c’era anche una frase in italiano: “Tanti auguri e saluti”. Roba che se E.T. avesse avuto le palle, se le sarebbe toccate col suo ditino illuminato.

Chissà dov’è finito oggi quel disco. Ma è bello immaginare che stia attraversando gli stessi spazi interstellari in cui ci porta il rock cosmico dei Night Moves. La foschia rossa di Titano, l’effetto serra che rende Venere un inferno, le nubi di Giove. Realtà più o meno conosciute, descritte come avrebbe fatto un John Grant in acido (Drum Test) o la chitarra di George Harrison in “All Things Must Pass” (Wondering How e la stessa Carl Sagan). Il tutto, con un uso moderato dell’elettronica e condito da testi che hanno ben poco di futuristico e molto di esistenziale.

Purtroppo il destino di questo Ep, anche solo per formato e aspettative, è quello di rimanere un capitolo minore nella carriera della band. Ma ha il grande pregio di centrare in pieno la missione di ogni buon musicista: scatenare ottave interiori per restituirci immagini che nessun’altra forma di rappresentazione riuscirebbe a rendere così palpabili. E se l’immaginazione è un buon termometro per misurare l’intensità della musica, allora qui possiamo parlare senza dubbio di febbre alta.

Paolo Ferrari