the waterfall ii cover

Una delle caratteristiche migliori della musica è forse il suo carattere d’urgenza. Che si avverta o meno all’interno delle tracce di un album, che emerga con forza o che rimanga tra le pieghe delle note che scorrono brano dopo brano, poco importa. Lei c’è perché deve, perché qualcuno a un certo punto non può far altro che regalarla al mondo.

È così che mi piace pensare a “The Waterfall II”, opera numero otto degli statunitensi My Morning Jacket arrivata a ben cinque anni di distanza dal precedente lavoro. Dieci canzoni sgorgate direttamente dalla sorgente del predecessore “The Waterfall”, che hanno trovato la propria ragion d’essere (condivise con tutti) durante lo stop forzato del lockdown di questa prima metà del 2020, ma anche di più, forse, nello stop ancora attuale delle fruizione della musica live, perlomeno per come vi eravamo abituati.

Una necessità quindi per questi suoni e queste parole, da troppo imprigionate negli archivi digitali del cantante Jim James, di vedere una luce che non potevano più aspettare di avere. E luminosa e alta come la cima di un monte non appena vi si appoggiano i primi raggi del mattino è la complessa, lunga, multiforme ed incantevole Wasted. Nonostante la durezza delle parole e il crudo confronto davanti al quale pone tutti noi che ascoltiamo, ci regala anche il giusto spazio acustico ricco ed estremo per affrontare il turbine di pensieri generati dalla verità che fa emergere sul nostro passato e le nostre paure.

Prima di lei trova spazio, nel plurisfaccettato “The Waterfall II”, l’immancabile, tradizionale ma non scontata, ballata, Feel You, con tutti i suoi dubbi e le sue dichiarazioni d’intenti, ritratto ad acquerello di una coppia che si dissolve sul foglio nell’esatto istante in cui vi viene impresso. Risalendo ancora la corrente, si incontra la piacevolissima Spinning My Wheels, che dona al disco una partenza in punta di piedi, o meglio di dita, quelle esperte del tastierista Bo Koster, per poi aprirsi a circa metà percorso ad ariosi suoni sintetici che conferiscono un’atmosfera onirica al pezzo, avvolgente e che ben predispone l’ascoltatore ad accogliere ciò che ulteriormente verrà.

Insomma, un lavoro variegato, ma come un gelato ben amalgamato del quale riesci ad apprezzare ogni sfumatura di gusto senza che le papille incontrino mai punte inaspettate di sapore che possano far storcere il naso. Dieci tracce che toccano i vari lati del poliedro dell’alt-rock non lasciando grossi spazi a sorprese sonore, ma che confortano per la certezza di qualità che garantiscono, in una fase in cui di musica, e di quella buona, si sente il bisogno più che mai.

Urgenza degli artisti, quindi, certo, ma anche nostra, che da questa parte della barricata possiamo apprezzare in maniera genuina questi brani nati in un’epoca che sembra ormai lontana, nonostante si tratti di soli cinque o sei anni fa, e conservati finora come perle delicate, in attesa del tempo al quale sarebbero davvero appartenuti. E ora il tempo è proprio arrivato.

Daniela Raffaldi