Recensire i Mariposa è impegnativo. Ti costringono a deporre i “ferri del mestiere”, le usurate categorie musicali, i paragoni più o meno telefonati, quegli espedienti e trucchetti che ti fanno portare a casa la recensione in un batter d’occhio. Non te la cavi con i soliti due-tre ascolti distratti. Il problema è che il collettivo Mariposa, in crescita inesorabile (siamo a otto elementi al momento, più eventuali collaboratori occasionali) è composto da musicisti talmente eclettici e dotati, poliedrici e multiformi, che ingabbiarli in qualche definizione rigida e definitiva è compito improbo. Sono sfuggenti e cangianti come certi pesci tropicali, caleidoscopici e imprevedibili. Non sai mai dove andranno a parare.

A volte ti sembra di aver capito tutto e ti ritrovi alla fine della canzone stordito, ti manca un rene, non sai dove sei e ti chiedi come abbiano fatto. Ne hanno dato prova strabordante nei precedenti 11 album. Dove c’è letteralmente di tutto, qualunque genere musicale centrifugato e shakerato. Dall’art-pop alla canzone d’autore, dalle scorribande jazz a quelle balkan, lo spoken, i tempi dispari, gli interludi, la scuola di Canterbury, l’elettronica, la musica barocca, il pop da camera, quello da cucina, ironia, sarcasmo, lo-fi e stranezze assortite. Musica componibile, appunto.

Questo è uno dei motivi per cui i Mariposa ci erano mancati: eccentrici e poetici, giocosi e inafferrabili, si potrebbe dire un unicum nella scena pop italiana degli ultimi venti anni. Stavolta però il titolo lascia presagire qualche appiglio in più a cui potersi aggrappare nel tentativo di inquadrare il nuovo album, c’è una sorta di concept. O almeno così ci fanno credere. L’idea teoricamente è semplice: prendono di petto il liscio romagnolo e altri generi “da balera” e gli riservano il trattamento Mariposa.

Si comincia abbastanza “dritti” con il valzer vagamente psichedelico di Misericordia, ma poi comincia il deragliamento. Che parte dalle percussioni tribali e dall’atmosfera brazileira (con citazione di Viva la felicitĂ  di Franco Godi sul finale) di Pura Vida, Dittatura! Un Brasile che sembra tornare anche nella straniante Aurelio; poi l’Argentina del tango ammaliante di Licio, che quasi sconfina nel dub inseguendo la voce spericolata di Serena Altavilla, i tre divertissement a nome #niente 7,8,9 (che proseguono la tradizione della numerazione degli intermezzi, iniziata da “Portobello Illusioni” del 2000).

C’è anche spazio per il galop istrionico e anfetaminico di Galop Golpe; si ritorna a una interpretazione abbastanza classica del tempo in tre quarti con Nando, che vede però un cambio di marcia nel finale e inusitati inserti di elettronica, addirittura un tenore su Let’s Go Party e la polka scatenata di Parapagal Polka spinge le chitarre verso territori surf. Si risolve tutto con un finale conciliante: una nenia scura, Il Lupo chiude questo dodicesimo pirotecnico lavoro dei Mariposa.

La cifra di questo album è la collisione ardita e sistematica di mondi, generi, codici diversi. Il liscio incontra rock, pop, psichedelia, prog e ci si scontra, cambia traiettoria, disorienta, si smarca e parte per tangenti inattese, si accoppia e tradisce, ritorna e (forse) trionfa. Bentornati ai creativi, bizzarri Mariposa, musicisti estrosi e anarchici, sperimentatori indefessi, creatori di strani mondi musicali e a volte organizzatori di bellissimi tornei di calcio a 5.

Andrea Bentivoglio