Milano, 3 dicembre 2018

Ne riparliamo fra vent’anni, dicevano i detrattori. Allora sì che che ascolteremo la musica del futuro, quella che ti prende e ti porta lontano, verso mondi sconosciuti. Dimenticherete i vostri walkman, le musicassette gracchianti, sovraincise, ingrippate per la centesima volta. Dimenticherete tutti quei video colorati, la spazzatura di Mtv, le classifiche taroccate e Andrea Pezzi. La musica sarà tutta intorno a voi, come la Banca Mediolanum di Ennio Doris. La vedrete proiettata negli schermi della vostra mente, riversata, decodificata, archiviata in qualche protesi elettronica. Sarà liquida e diffusa. Gratuita, libera, spaziale.

Sì, vi voglio rivedere fra vent’anni, ripetevano i nostri padri. Quando il brit-pop sarà morto e sepolto, con le sue frangette alla Beatles, le sue cataste di Gazelle in disuso, i parka sgualciti, milioni di felpe del Manchester City corrose nel loro stesso acetato. Che ne sarà di voi, fanatici di un mondo che non esiste nemmeno, crogiolati nell’illusione di un ritorno ai fasti del passato? In che cosa continuerete a sperare? In un revival del revival del revival? Nossignori, ci dicevano, mettetevi l’anima in pace.

E allora eccoci qui, nel 2018, a ventidue anni esatti dall’uscita di “1977”, il disco più importante degli Ash, caposaldo del brit-pop in salsa alternative-punk. Sì, eccoci qui. Il trio nordirlandese di Downpatrick è pronto a salire sul palco del Legend Club, estrema periferia Nord di Milano. Mettiamo le mani avanti, è un lunedì sera che sa di nebbia e lana cotta. Non proprio il clima adatto per rivendicare i nostri diritti di antichi seguaci. E quindi che facciamo, ci proviamo lo stesso? Ma certo, siamo alla resa dei conti. È l’occasione giusta per smentire quei tromboni.

Bene, allora togliamoci subito un sassolino dalle Dr. Martens: la sopravvivenza stessa della band, ammettiamolo, è già di per sé un evento. Pericoloso, per carità, ma pur sempre un evento. Vogliamo dirla proprio tutta? Un live del genere poteva benissimo essere derubricato a una patetica “operazione nostalgia”. Ma è qui che salta fuori il secondo sassolino: quando i cari vecchi Ash si mostrano agli occhi degli spettatori, così, in splendida forma, allora l’evento si trasforma in prodigio.

Questa sera il gruppo presenta al pubblico italiano il suo ultimo lavoro, “Island”, ed è proprio da qui che i tre danno inizio alle danze con l’opener True Story. Baffetto sbarazzino e capello ben scolpito, Tim Wheeler, alla soglia dei 42 anni, dispensa sorrisi come un adolescente al suo primo live. L’ex ragazzo sfoggia una tecnica notevole alla chitarra, mentre il gigante Mark Hamilton domina il palco inarcato sul basso. Il fido Rick McMurray, nel frattempo, lavora al suo fianco senza perdere un colpo.

In sala non si vedono spettatori sotto la soglia dei 30, ma è giusto così. Questo è un raduno di pischelli diventati adulti, gente in cerca del riscatto, partigiani armati fino ai denti contro i neofascismi musicali. Ed è a colpi di Kung Fu, il primo brano in scaletta estratto proprio da “1977”, che gli Ash iniziano ad abbattere il muro di scetticismo costruito intorno a loro dai disillusi dell’ultima ora.

Non che i nuovi brani siano meno efficaci, anzi. Fatta eccezione per Confessions in the Pool, troppo radiofonica e danzereccia per non stonare in un set decisamente tirato come quello del Legend Club, gli altri nuovi singoli, da Annabel a Buzzkill, si inseriscono alla perfezione tra i vecchi classici. Ed è proprio questa la miglior risposta della band a chi oggi vorrebbe inchiodare il loro poster al muro dei ricordi. A ben guardare (anzi, ascoltare) c’è ancora voglia di evolversi e sperimentare. Un altro dei nuovi brani, Did your love burn out?, mostra anche dal vivo una nuova vena seventies molto interessante.

Bisogna però ammettere che il glorioso filotto composto da A Life less ordinaryGoldfingerWalking Barefoot e Shining Light Ã¨ davvero da capogiro, così come Jesus SaysNumbskull e la conclusiva Lose Control. E che dire dell’immancabile Girl from Mars? Chiudi leggermente gli occhi e ti ritrovi al primo anno di liceo. I primi timidissimi approcci, le prime trasgressioni, una serie di imbarazzanti esordi alla ricerca di un’agognata indipendenza. E poi sì, eccola lì, la prima festa con i “grandi” della scuola, chiusi a bere e a fumare in una casa completamente vuota e senza luci. Qualcuno portò uno stereo a pile, ce ne volevano otto di quelle giganti, con un paio di cassette rigorosamente registrate. Una era il nuovo disco degli Ash, correva l’anno 1996.

Sembra di parlare di preistoria, ma non è esattamente così. Abbiamo dimenticato le frangette, gli scontri improvvisati tra i Blur e gli Oasis, Andrea Pezzi e forse anche le felpe in acetato. E’ vero, la musica adesso è liquida, praticamente gratuita, archiviabile. Ma i suoni netti e sinceri di quel vecchio stereo, mi dispiace, non li abbiamo ancora dimenticati. Suoni aperti ed elettrizzanti, un po’ duri e un po’ romantici, preservati, per fortuna, da una band come questa.

A differenza di altri illustri colleghi, gli Ash non sembrano per nulla interessati a fare cassa. Poco importa se un tempo suonavano davanti a migliaia di persone e oggi si devono accontentare di qualche centinaia. La dedizione e il cuore sono gli stessi. L’entusiasmo è rimasto immutato, ogni volta è come se fosse la prima. E se, come si dice, ai concerti belli è meglio salutarsi con un fiducioso arrivederci, allora, amici miei, speriamo di rivederci presto in questo infinito 1996. Cazzo, la rima.

Paolo Ferrari

 

SCALETTA: True Story – Kung Fu – Coocoon – Annabel – Oh Yeah – Confession in the Pool – A Life Less Ordinary – Goldfinger – Walking Barefoot – Shining Light – All That I Have Left – Incoming Waves – Orpheus – Cantina Band – Jesus Says – Numskull – Buzzkill – Girl From Mars – Burn Baby Burn. ENCORE: Did Your Love Burn Out? – Lose Control

Photo Gallery di Nicola Braga

ASH + Indoor Pets @ Legend 03/12/2018