“Man Alive!”, il nuovo album di King Krule, è di quelli che divido il pubblico. Qualcuno lo osanna, altri si mostrano più scettici. Per questo, in via del tutto eccezionale, vi proponiamo due recensioni che guardano al disco con prospettive lievemente differenti. E voi da che parte state?

 

Recensione di Andrea Manenti

Chissà in quanti qui in Italia hanno scoperto lo scorso anno King Krule grazie a Via Gola dei Coma_Cose… Sicuramente chi ha avuto questo privilegio non ne sarà rimasto deluso. King Krule è infatti uno di quegli artisti inglesi che fanno sfracelli a casa loro, ma non sono così conosciuti da noi se non dal pubblico di settore. Uno che potrebbe essere messo insieme a gente come The Streets, Jamie T, i King Blues, oppure gli Sleaford Mods, gente che merita tanto e che in questo ultimo decennio ha saputo mescolare punk, hip hop, rock, dub, jazz e chi più ne ha più ne metta.

Archy Ivan Marshall, questo il vero nome del nostro, è già attivo da quasi un decennio nonostante la giovane età, si è fatto già ampiamente conoscere grazie a vere e proprie hit (citiamo almeno Easy Easy dall’esordio “6 Feet Beneath the Moon” del 2013, Rock Bottom, ancora più datata, e Dum Surfer dal più recente “The OOZ” del 2017) ed ha sempre fatto del minimalismo un marchio di fabbrica.

Questo “Man Alive!” è però, se possibile, una nuova rivoluzione. Il sound si fa infatti ancora più spezzettato, incorporando però in contemporanea praticamente ogni genere musicale esistente, un po’ come fosse una sorta di “Swordfishtrombones” (il disco della rottura completa di Tom Waits rispetto alla canzone in quanto solo semplice canzone) del nuovo millennio.

Basti ascoltare il post punk dell’apripista Cellular, l’urban dub di Supermarché, il rap durissimo di Stoned Again, il sax alla Stooges di Comet Face, la dolcezza swingante di The Dream, il piano fra Irving Berlin e Radiohead di Theme for the Cross o le atmosfere crooner di Underclass per rendersene conto. Successivamente ne rimarrete rapiti, infine ve ne innamorerete.

 

Recensione di Anban

Torna Archy Ivan Marshall con il suo quarto album sulla lunga distanza, sia questo dietro il moniker di King Krule o col nome di battesimo. Nel frattempo il giovane artista londinese è diventato padre e per questo “Man Alive!” ha deciso di “scappare” dalle trame della periferia verso la campagna, alla ricerca di una sorta di quiete (?) asettica ed ispiratrice.

Dicevamo dei primi lavori: “6 Feet Beneath The Moon”, anno del signore 2013, lo aveva reso celebre nemmeno ventenne grazie al suo talento e alla sua capacità di unire pezze sonore che spaziavano dal punk-garage al jazz suburbano, il tutto intriso da un senso dilagante di disturbo, paranoia e caligine. “A New Place 2 Drown” (uscito sotto il nome Archy Marshall) era con coraggio e fortuna riuscito ad insinuarsi a passo sostenuto e falotico in un labirinto trip-hop lambendone le sagome più trance, errabondo, allucinato e disagiato. Con “The OOZ”, forse l’akmé stilistica del Nostro, ci aveva trascinato, intraprendente, in un mondo assurdo, caotico quanto funky e pulsante, pur sempre decadente, alienato. E ancora una volta difficile da catalogare.

Aspettative quindi intriganti per la nuova mossa, questo “Man Alive!”: e lo sprechgesang di Marshall ben si sposa al basso e chitarra post punk, alla drum machine e alla divagazione sax di Cellular. L’attacco, quindi, ha il piglio giusto e mette in mostra un armamentario minimo, minimale, ma non per questo poco attraente.

Basso che luciferino accompagna anche il rap e le trame tenebrose e drogate di Stoned Again, e che trova il modo di scherzare con la chitarra e la drum nella laconica e rassegnata Airport Antenatal Airplane, non prima che le sue corde si facciano più grevi in Comet Face, dove ancora il sax fa capolino. Sassofono che pennella tra il vocoder vibrato e l’elettrica vagamente effettata di Slinky, e tinteggia lieve in Theme For Crosses, che a seguire sporca disturbata d’effetti la tela.

D’altronde, non si possono notare passaggi, se non a vuoto, di ardua futura memoria: Supermarché, la divagazione onirica ed armonica di chitarra in The Dream, la dissonante e quasi cacofonica Perfecto Miserable, il downtempo soporifero di (Don’t Let The Dragon) Draag On. Finiscono quindi per divenire i momenti più interessanti del lotto lo stuzzicante soul di Alone, Omen 3 e quello tattile di Underclass, ancora una volta arricchito dal sax.

Il passo in generale è lento e cadenzato. La fattura è ottima, il talento innegabile, l’anti-pop di King Crule ha le sue caratteristiche e non si snatura, per quanto si cercano diverse traiettorie stilistiche. Il tutto resta ancora una volta difficile da catalogare, come detto in precedenza: però, a questa tornata, di mettersi in ginocchio in adorazione (come letto da altre parti) personalmente risulta effettivamente difficile.