Con Lightning Might Strike, Juliana Hatfield ribadisce una verità che chi la segue da decenni conosce bene: poche persone sanno rendere il dolore così elegante, o la tristezza così incredibilmente orecchiabile. È un’abilità che affina dalla fine degli anni Ottanta e che, nel 2025, si presenta nella sua forma più lucida e consapevole. Questo nuovo album nasce da una sequenza di eventi personali tutt’altro che leggeri — solitudine, lutti, malattia — ma il risultato non è un disco mesto o autocommiserante. Al contrario, Hatfield trasforma il caos emotivo in indie pop affilato, melodico e sorprendentemente vitale.

Il titolo stesso suggerisce la filosofia del disco: la vita è imprevedibile, a volte crudele, ma non per questo priva di significato. Lightning Might Strike affronta il tema del destino senza mai prendersi troppo sul serio, mantenendo quel tono ironico e leggermente distaccato che è sempre stato uno dei marchi di fabbrica dell’autrice. L’apertura con “Fall Apart” funziona come un biglietto da visita impeccabile: una canzone che parla di crolli interiori con autoironia e immagini fulminanti, sostenuta da un pop-rock sobrio ma incisivo. È un ritorno immediato alle sensazioni di Only Everything, aggiornate però con una maturità emotiva che rende il racconto ancora più interessante.

Nel corso dell’album, Hatfield gioca abilmente con una formula apparentemente semplice, dimostrando quanto possa essere elastica se maneggiata con intelligenza. Brani dai titoli eloquenti come “Long Slow Nervous Breakdown” o “My House Is Not My Dreamhouse” raccontano disagio e disillusione con una scrittura asciutta, mai enfatica. La ripetizione tematica non diventa mai stanca, perché ogni canzone trova una propria identità musicale, oscillando tra jangle pop, momenti più cupi e aperture melodiche luminose.

Uno dei vertici del disco è “Popsicle”, un perfetto esempio di come Hatfield ami sabotare le aspettative: il ritmo è brillante, quasi solare, mentre il testo è una piccola cronaca del fallimento personale raccontata con humour nerissimo. È Gen X allo stato puro: cinica quanto basta, ironica al punto giusto, e assolutamente allergica a qualsiasi forma di melodramma. Allo stesso modo, “Scratchers” lascia filtrare un cauto ottimismo, senza mai trasformarlo in redenzione facile: la speranza, qui, arriva sempre con il freno a mano tirato.

 

I momenti più intimi del disco sono gestiti con una delicatezza notevole. “Ashes” affronta la perdita di un amico, mentre “Constant Companion” rievoca il ricordo del suo cane con un affetto sobrio, privo di sentimentalismi. Anche il lavoro dei musicisti storici coinvolti contribuisce a questo equilibrio: la sezione ritmica è solida ma mai invadente, e la produzione mantiene un suono caldo, diretto, che lascia respirare le canzoni.

La chiusura con “All I’ve Got” è una mossa elegante e spiazzante. Spogliata di qualsiasi orpello, la canzone parla di quell’unico appiglio emotivo che resta quando tutto il resto vacilla. Dopo tanta ironia e autodifesa, Hatfield abbassa le difese e colpisce dritto al cuore, senza bisogno di spiegare troppo.

In definitiva, Lightning Might Strike è l’ennesima dimostrazione che Juliana Hatfield non è una nostalgia anni ’90, ma un’artista ancora pienamente rilevante. Sagace, melodica e brutalmente onesta, riesce a raccontare il dolore senza farne uno spettacolo, confermando che il suo talento — come un fulmine — continua a colpire quando meno te lo aspetti.