Nove brani a cavallo tra Africa ed Europa, nove esplorazioni sonore innovative e travolgenti, sferzate e pervase dalla spietata passione per il groove. “I Hate My Village” è il primo disco dell’omonimo supergruppo, e che supergruppo: Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Marco Fasolo (Jeniifer Gentle) e Alberto Ferrari (Verdena). Abbiamo chiacchierato con Fabio, Adriano e Marco, tre membri di questo poker d’assi giocato a inizio 2019 sul piatto della musica italiana. Ed è solo la prima manche.

A cura di Giulia Zanichelli

 

Partiamo dal principio: come nasce l’idea di creare gli I Hate My Village?

Adriano: Il gruppo nasce da un incontro, quello di Fabio e di Adriano – oddio, sto parlando di me in terza persona (ride, ndr)… Noi siamo due romani, quindi ci conoscevamo già nel giro musicale di Roma. Una volta che ci siamo incontrati, era il 2013 o il 2014, ci siamo confessati il nostro grande amore per la musica africana e ci siamo ripromessi di poterlo provare in sala prove un giorno, di provare a divertirci con questo linguaggio. Poi la vita ha voluto che io andassi a suonare con Bombino e Fabio con Rokia Traoré, e quindi entrambi ci siamo ritrovati a studiare tutta la grammatica di quella musica, a fare viaggi, a lavorare con musicisti africani, e siamo diventati dei veri appassionati del genere. Quindi ci è sembrato naturale poter sperimentare insieme con una musica che potesse essere nostra, ma che fosse anche un derivato di queste nostre esperienze.

E il nome da dove viene?

Fabio: Il nome l’ha trovato Adriano su un sito che si chiama Modern Ghana, ed è il titolo di un cannibal movie del Ghana, appunto, che tra l’altro ha delle locandine meravigliose. Ci piaceva il gioco di parole, questo errore di pronuncia tra odiare e mangiare…

Ecco perché poi avete chiamato anche una traccia con la versione “I Ate My Village”!

F: Sì, l’ultima traccia del disco ha questo titolo, ma il titolo del film è uguale al nostro nome, con la acca. Nell’ultimo brano, togliendo la acca, abbiamo svelato la fine della storia del film, immaginandoci che fosse finita male, tutti sbranati. Ci piace questo gioco  sull’errore di pronuncia. In fondo, noi non facciamo world music, non siamo una band di musica africana, quindi anche il nostro è un gigantesco errore di pronuncia.

Anche se non fate certamente world music, il vostro è un disco dal respiro molto internazionale e molto poco italiano, perlomeno l’italiano che va di moda adesso, itpop e simili… È stato difficile uscire con qualcosa del genere in Italia, adesso? Avete mai pensato “Non ci filerà mai nessuno”?

F: Guarda, in verità non ci è mai interessato granché… Non ci ho mai pensato, in realtà. Fortunatamente poi, i nostri nomi – purtroppo o per fortuna – già ti possono garantire un minimo di seguito, anche se comunque devi sempre dimostrare di essere all’altezza, che non sia tutto solo un gioco, solo una superband. Non è stato difficile anche perché siamo andati subito da chi ragiona come noi, da musicisti come noi, abbiamo trovato subito un tetto di persone che parlavano la nostra stessa lingua, in questo caso La Tempesta…

A: E poi, quando fai il disco più bello del 2019, è normale che piaccia! (ridono, ndr)

Per rimanere modesti, insomma! Come avete lavorato al disco dal punto di vista compositivo?

A: È stato un lavoro su diversi livelli. La prima parte riguardava delle jam session, abbiamo appuntato. Era come se avessimo raccolto e catalizzato delle idee durante tutto questo tempo, con il cellulare, con il computer… Poi le abbiamo rielaborate, le abbiamo ascoltate durante i viaggi che abbiamo fatto, magari anche durante i tour con altre band, facendo altri lavori. Quindi abbiamo sottoposto tutto il materiale al nostro produttore che è qui presente, Marco Fasolo, e poi c’è stato appunto un terzo step che può raccontarti meglio lui…

Marco: Sì, eccomi qui. Niente, hanno raccolto tutto questo materiale e poi abbiamo registrato da me, con l’idea di mantenere tutto il più organico e fresco possibile, proprio per non incappare in una cosa dichiaratamente ambiziosa. Volevamo fare qualcosa che fosse il risultato di una band che suona e che scrive, semplicemente. Quindi abbiamo lavorato senza fare, disfare, ripensarci, lettera, testamento… Abbiamo dato la priorità all’avere un risultato che fosse il frutto del suonato in studio, senza strane magie o artefatti. Abbiamo cercato soprattutto di trovare un sound che potesse rappresentare il concetto, l’idea, l’estetica che avevamo in mente, che avevano in mente i ragazzi e che poi si è palesata e costruita insieme in studio.

Si può dire quindi che avete voluto mettere un po’ da parte le vostre identità personali, gli altri lavori che avete fatto, per cercare di costruirne e trovarne una nuova collettiva, di gruppo?

M: Sì, credo di sì, ma senza mai dimenticarci chi siamo individualmente e da dove veniamo: ognuno di noi porta un bagaglio che poi è tornato molto utile e prezioso.

É stato anche faticoso? Dopotutto, è come mettere tanti galli in un pollaio…

F: Guarda, in realtà è stato tutto molto naturale, siamo amici, ci stimiamo tanto… E poi riflettevo proprio ora sul fatto che veniamo tutti da band, quindi sappiamo che devi essere il migliore musicista al mondo per la tua band, per la musica che stai suonando con loro in quel momento. È quella la vera finalità, non ha senso essere sempre me stesso perché io faccio in questo modo e alla fine essere magari fuori luogo. Secondo me quel meccanismo da band ci ha aiutato. Ma è stato tutto molto naturale, è un progetto che pensiamo a lungo termine, che però vive giorno per giorno con grande tranquillità.

Parliamo un attimo dei testi del disco.

A: I testi li ha scritto Alberto Ferrari. In un primo momento ha elaborato tutti i brani suonati e ce li ha mandati così, di getto, con delle parole inventate, delle bozze molto spontanee. E poi ha cesellato e scolpito il testo, modellandolo sui nostri suoni. Scrivere un testo non è mai una cosa semplice perché si cerca sempre di dire qualcosa, di rappresentare la musica  e nobilitarla, portarla anche su un altro livello. Poi Alberto è eccezionale, ha un timbro e una voce che già di per sé sono molto espressive e al di fuori della tipica vocalità all’italiana. C’è dell’altro, c’è una vocalità molto internazionale, come anche quella di Marco Fasolo.

Nonostante i testi siano tutti in inglese, ci sono alcune tracce con titoli italiani, perché?

A: I titoli li abbiamo scelti così, in maniera molto divertente. Ci siamo messi lì, abbiamo giocato sulle parole…

F: Sì abbiamo giocato con le parole, con gli errori di pronuncia, come Trump che è scritto “Tramp” oppure “Bahum” che è un modo africano di scrivere Boom… 

Questo disco è stato un gran divertimento, per voi… Quindi, alla fine, quanto questo disco lo avete fatto per voi e quanto per noi, per condividerlo con gli ascoltatori?

F: Bella domanda! La prima cosa che ci siamo detti da subito è che volevamo fare un disco che ci sarebbe piaciuto ascoltare. Tra me e Adriano il primo scambio è stato quello di dischi, ci dicevamo: “Senti questo, ascolta quest’altro, ma pensa che bello se questo suonasse insieme a quello”, e così via. Poi ci siamo ritrovati a suonare insieme tenendo sempre questa direzione, di fare ciò che ci piace e che ci piace ascoltare. Quindi sì, abbiamo fatto il disco più per noi, mi dispiace dirlo! (ride, ndrPerò in realtà poi è anche un disco che non ha paura di intrattenere, anzi. Vogliamo che anche il live possa essere divertente per chi partecipa, che vada comunque in direzione del pubblico!

A proposito di live, che aspettative avete sul vostro tour, che vi porta in giro un po’ per tutta Italia?

F: Non so, è una cosa che non mi chiedo tanto… Sono molto curioso. Sai, ora se non fai sold out non sei nessuno, ma a noi questo non interessa, siamo già fortunati a poter andare in giro con una cosa che ci piace così tanto!

E qualcosa che, come dicevi, ha intenzione di essere a lungo termine, non un one-shot….

F: Sì, assolutamente! Siamo super prolifici, abbiamo tanti idee, ce ne vengono continuamente… Ci sono cose rimaste fuori dal disco, altre che abbiamo in testa ma non ancora registrate, quindi finché è così bello e naturale andiamo avanti! Poi è chiaro che si fa presto a considerare questo un side-project, essendo il progetto più piccolo o più nuovo. Ma io credo che, in quanto nuovo, proprio per questo sia il main, senza nulla togliere a tutto il resto!

 

Le date del tour:

14/2 – Bologna, Locomotiv
15/2 – Brescia, Latteria Molloy
16/2 – Pordenone, Capitol
21/2 – Rivoli (TO), TBA
22/2 – Carpi (MO), Kalinka Arci
23/2 – Montemarciano (AN), Klang-Altri suoni, altri spazi
27/2 – Milano, Santeria Social Club
22/3 – Bergamo, Druso
22/3 – Foligno (PG), Spazio Astra