
Dopo il bellissimo “All Of Us Flames”, che aveva acceso i cuori di una generazione trans smarrita ma combattiva, Ezra Furman si era presa una pausa. O meglio: si era tenuta impegnata con colonne sonore (“Sex Education”, chi ha orecchie intenda), qualche collaborazione e una vita nel mezzo di un’America sull’orlo della crisi di nervi. Poi, nel 2023, un malore improvviso l’ha mandata in ospedale e da lì è nato tutto. Oggi è tornata con un album dalle tinte lievemente dark, in cui a farla da padrone sono una certa elettronica alla Trent Reznor e l’umore clasicheggiante del violoncello. Un disco scritto in pigiama, tra dolori inspiegabili e visioni da febbre alta, ma con la lucidità poetica di chi ha guardato nel baratro e ha preso appunti.
Il titolo, “Goodbye Small Head”, arriva da un verso delle Sleater-Kinney, ma qui sembra diventare un addio all’io razionale, al controllo, all’idea che si possa sempre avere la situazione in pugno. È musica per quando stai perdendo la testa, sì, ma con classe e un quartetto d’archi che ti accompagna nella crisi esistenziale. Figlioccio di “Transangelic Exodus” del 2018, questo decimo album in carriera (senza contare gli EP) mostra ancora una volta il genio autoriale di una dei migliori rocker di questo terzo millennio.
Dopo un inizio in sordina con l’atmosferica Grand Mal, che ti accoglie con la sua andatura storta, come una marcia nuziale scritta da qualcuno che ha sbagliato medicina, è con Jump Out che riconosciamo pienamente la brillantezza indie di Furman, grazie a un ritornello urlato ma melodicamente inecceppibile e a quella chitarra acustica che entrando nella seconda strofa trasforma il brano in una perfetta pop-rock song.
Altre possibili hit che vorremmo sentire al più presto dal vivo anche in Italia sono Power Of The Moon, con quel suo vestito un po’ Pixies, Slow Burn e soprattutto la conclusiva I Need The Angel. L’Ezra più emotiva esce appieno in brani quali You Musn’t Show Weakness, Submission, You Hurt Me I Hate You, Strange Girl e A World Of Love And Care. Furman non abbandona nemmeno l’universo folk che già in passato ci aveva regalato grandi pezzi. Qui però è relegato a un solo gioiello intitolato Veil Song.
E i testi? Una lametta in un cupcake. Le parole di “Goodbye Small Head” sono poesia scritta dentro la tempesta. Niente “emozione ricordata in tranquillità”, come diceva Wordsworth: qui le emozioni arrivano in piena burrasca, mentre la nave prende acqua. C’è ironia tagliente (“love like the moon landing: probably fake”), rabbia sociale incisa con il fuoco (“who gets left out of your dreams of a good society?”) e momenti in cui Ezra sembra davvero nuda, con il microfono che ancora porta tracce del suo rossetto.
E allora, perché dovresti correre ad ascoltare questo disco? Perché è uno di quei dischi rari e sinceri. Perché è insieme disperato e trionfante, cupo ma psichedelico, doloroso ma pieno di vita. Perché ti fa venire voglia di abbracciare le tue fragilità e urlare contro il cielo. E perché, diciamolo, è un oggetto bellissimo da avere in casa: dodici canzoni per momenti in cui hai bisogno di sentire che qualcuno, da qualche parte, ha provato le stesse cose e ha saputo metterle in musica.
Andrea Manenti e Tum Vecchio
Compra il vinile. Fidati. Ne avrai bisogno nei giorni storti.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
