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Ezra Furman – All Of Us Flames: Recensione

Ezra Furman l’ha rifatto. Come già avvenuto in passato, ci sono voluti due album di gestazione e poi ecco un nuovo capolavoro.

All’inizio della sua carriera solista (prima c’erano gli Ezra Furman and The Harpoons) si parlava soprattutto di garage con i primi due dischi “The Year of No Returning” e “Day of the Dog”. Poi nel 2015 era arrivato quel gioiello pazzesco intitolato “Perpetual Motion People”. Successivamente l’artista di Chicago, ora con base in California, ha percorso una strada più scura e dark, ma anche molto più matura, che ha seguito di pari passo la sua presa di posizione umana e politica liberandosi definitivamente della sua parte maschile. Ecco quindi la scoperta dell’elettronica in “Transangelic Exodus” e la riscoperta del punk in “Twelve Nudes”. Infine la fama, quella vera, grazie alla colonna sonora della serie Netflix, “Sex Education”.

Oggi la decisione difficile, ma inequivocabile, di non sfruttare il successo e di compiere, al contrario, l’ennesimo passo in avanti verso un cantautorato vero, forte e sincero che mescola in egual modo Bob Dylan e le dive d’inizio Novecento, Lou Reed e Trent Reznor, il punk e il giudaismo.

L’introduzione di “All Of Us Flames” è affidata al blues gospel di Train Comes Through, che lascia presto spazio al riff gotico della successiva Throne. Poi una tripletta da maestro assoluto: il manifesto Dressed in Black, l’anthem springsteeniano Forever in Sunset e Book of Our Names, in cui la penna di Furman tocca vette liriche ed emozionali da pura pelle d’oca. Point Me Toward the Real riprende i fiati che avevano reso così bello e originale il già citato “Perpetual Motion People”, ma questa volta più che da una fanfara in festa sembrano essere suonati da una banda in marcia solenne. Il resto della scaletta scava sempre più in profondità nell’animo della protagonista, l’autrice stessa, per concludersi nel dolcissimo finale acustico di Come Close.

Secondo capolavoro in carriera. Chapeau.

Andrea Manenti