Per il nuovo disco dei Cornershop, “England is a Garden”, vi proponiamo una doppia recensione. Sono passati sette anni dal loro ultimo lavoro, se lo meritavano.

Recensione di Andrea Manenti

Sono quasi trent’anni che il trip lisergico dei Cornershop, con qualche pausa fra uno step e l’altro, continua. Stavolta la pausa è durata ben sette anni, era infatti dal 2013 che Tjinder Singh e Ben Ayres, gli unici due membri fondatori rimasti, non si facevano sentire. “England is a Garden”, nono album per la band di Leicester, accentua le caratteristiche fondanti del sound dei nostri regalando anche qualche pezzo fra i migliori scritti ad oggi dal leader di origine indiana.

L’opener St. Marie Under Canon è un perfetto singolo pop tutto da ballare e cantare, ci mettesse le mani Fatboy Slim (come già fatto con Brimful of Asha, sicuramente la canzone più nota dei Cornershop, 23 anni fa) sarebbe un successo. Altro bellissimo brano è Everywhere That Wog Army Roam, pezzo nel quale si incontrano armonicamente un ritornello roots reggae ed influenze dal crossover vintage dei Clash di fine Settanta inizio Ottanta.

L’amore per i Rolling Stones esce con tutta la sua forza nel riff (periodo “Sticky Fingers”) di No Rock Save In Roll, in Cash Money (più “Exile On Main Street” style) e nel bluesaccio I’m a Wooden Soldier. La title track è un acquerello strumentale di pura poesia sonora, la conclusiva The Holy Name un lunghissimo raga psichedelico debitore del George Harrison di My Sweet Lord.

Al limite della fattanza e meno accessibili le ripetitive e ipnotiche Slingshot, Highly Amplified e One Uncareful Lady Owner, con tanto di flauto e sitar. Un disco nostalgico che guarda ai migliori decenni del rock, fortunatamente con al proprio arco un bel po’ di frecce appuntite.

Recensione di Anban

Sulla lunghissima lista dei gruppi da one-hit-wonder della storia della musica, come non mettere i Corneshop, band originaria di Leicester che nella seconda metà degli anni ’90 spopolò con quella Brimful of Asha che, grazie anche (soprattutto?) al remix di tale Norman Cook, finì in heavy rotation per settimane e settimane nelle radio e Tv di tutto il mondo? Beh, il gruppo ne ha viste di belle, tra pause più o meno lunghe, ma è ancora lì: o almeno, ci sono ancora il frontman Tiinder Singh e il chitarrista Ben Ayres a rappresentare la vecchia guardia.

E non hanno smesso di saperci fare. Certo, quello che mettono sul piatto è semplice e senza tante pretese (al netto di qualche testo di denuncia politica, che non guasta mai), ovvero un pop-rock a trazione chitarristica e gusto esotico e punjabi: tra fiati e tamburellare di vari strumenti, coretti ed ottoni, sitar e qualche tasto di organo hammond, non mancano chitarre elettriche e trame fresche, lievemente ipnotiche, glam e Laurel Canyon quanto serve, fresche e vivaci.

La capacità di trovare inneschi melodici gradevoli (vedi St Marie Under Canon e No Rock: Save in Roll. o ancora Everywhere That Wog Army Roam, per quanto echeggino evidenti dé-jà sentì) c’è ancora: ovvio, picchi come quelli che una banger clamorosa come il loro citato pezzo più iconico possono garantire non saranno più raggiungibili. Ma dopo ben otto anni dal loro ultimo disco, e qualcosa come ben ventitre da Brimful of Asha, non è nel ritrovarsi il vero piacere?