Afterhours Folfiri o Folfox_coverSe c’è una cosa che è immorale è la banalità. Ce l’ha insegnato Manuel Agnelli, padre, figlio e spirito santo degli Afterhours, con quella ballad epica che fu “Bianca” nel lontano 1999. Fra l’altro, se dribblate i diabolici algoritmi di Google, la troverete in un celebre forum femminile come canzone da dedicare per compiere “un gesto davvero romantico nei confronti del vostro fidanzato”. Quali brividi regala a volte il web…

Stronzate a parte, Agnelli deve credere ancora molto in questo assunto, perché“Folfiri o Folfox”, l’ultimo album degli Afterhours è tutto tranne che scontato e banale, ipotesi quanto meno plausibile dopo 30 anni di carriera. Al contrario, il suo ascolto vi farà risparmiare notevolmente sull’assunzione di droghe: spaesamento, mal di testa, commozione, turbamento, eccitazione e bestemmia libera sono solo alcuni degli effetti, almeno al primo play.

Attenzione, però: se pensate di trovarci i vostri Afterhours del cuore, la pelle splendida e le piccole iene, potreste decidere di smettere subito di drogarvi. La deflagrazione iniziata con “Padania” e passata attraverso le discutibili e discusse defezioni dei due Giorgio, Prette e Ciccarelli,  si compie in “Folfiri o Folfox”. Indietro non si torna. E Manuel Agnelli lo sa bene, perché in questi quattro anni di distanza sembra essere cresciuto molto. Non mi diffondo volutamente sulle questioni biografiche di cui si sono riempiti i blog in questi giorni, in merito alla morte di suo padre, tema che corre lungo tutto l’album e che peraltro mi ci avvicina così fottutamente. Questo disco svela molto di più. “Cammino come un uomo e parlo come un uomo”, canta Manuel in “Se io fossi il giudice”.  E mollate le facili ironie su X-Factor perché siamo lontanissimi. È uno dei pezzi più sinceri dell’album e ne custodisce la filosofia: soffrire fino in fondo per rinascere e volersi bene.

Per i temi, la scrittura, la disillusione mescolata alla voglia di provarci sempre e in totale libertà, Manuel ci insegna cosa significa fare rock a 50 anni, senza strizzare l’occhio ai ragazzetti hipster, e si mette a nudo per davvero: “ho smesso di nascondermi, mi riconoscerai” (sempre in “Se io fossi il giudice”). Certo, questo gran desiderio di spaccare i culi che Agnelli ha nel DNA e lo porta a non sedersi su cliché che potrebbe riproporre a occhi chiusi, a volte lo fa pisciare fuori dal vaso. Lo abbiamo pensato tutti quando è uscito il primo singolo “Il mio popolo si fa”, dove Xabier Iriondo lasciato a briglia sciolta cade in un incontrollatorumorismo che spinge alla bestemmia di cui sopra. Solo al terzo o quarto ascoltocomincia a entrare nelle orecchie e si coglie che non è pura provocazione o virtuosismo, ma uno sguardo lucido sul nostro Paese, che si regge sul “culto della sfiga” e l’attitudine alla furberia (“sappi che se mi impegno non mi incula nessuno”).

Chi fosse nostalgico delle ballate alla Manuel Agnelli comunque non tema, ce n’è in abbondanza. A cominciare da “Non voglio ricordare il tuo nome”, che abbiamo sentito a sorpresa al concerto del Primo Maggio a Taranto e poi è diventata singolone radiofonico. Forse fin troppo rassicurante, pop e strappa-mutande con quel vocativo urlato “occhi blu”, ma lo so già che ci distorceremo le corde vocali ai prossimi live, le date qui.

Nell’album ne troviamo sicuramente di più interessanti, a cominciare dalla prima traccia: “Grande”, gridata e sofferta, forse la migliore in assoluto, “L’odore della giacca di mio padre”, tesa e commovente, e poi “Lasciati ingannare (ancora una volta)”. Fra le altre top song  anche “Oggi” (molto disincantata “Padania” style) e “Né pani né pesci”. La title track “Folfiri o Folfox” è il vero manifesto dell’album, il cui ritornello sembra una filastrocca diabolica e ruvida. Il testo è ironico e di denuncia: “so che la sanità può curare i suoi grandi numeri ma non me”.

Convince meno: Fra i non viventi vivremo noi”. Cito: “Bang Bang! E finisce qui, più in là dell’ombra va la mia pipì”. Non dico altro. Un po’ pretenziosa anche la simil-preghiera “San Miguel”. Necessarie le strumentali, fra cui vince il violino stridente e ipnotico di Rodrigo D’Erasmo in “Ophyx”. Sciolgono la tensione emotiva che attraversa questo lunghissimo album: 18 brani per un doppio CD, altra scelta di controtendenza in un’epoca di EP, mini EP e “no va beh faccio solo il video su YouTube che tanto è quello che gira”.

La band, ristrutturata da Manuel insieme al copilota ufficiale D’Erasmo con l’ingresso di due nuovi illustrissimi membri, Fabio Rondanini e Stefano Pilia, sembra aver trovato nuovo vigore e feeling, come dimostrano gli showcase di presentazione iniziati giovedì scorso a Milano

“Folfiri o Folfox” è un album ostico e schizofrenico, da consumare lentamente e con una dedizione che forse avranno solo i veri fan. Una droga che non sale subito fino in fondo, ma ha davvero tutte le carte per creare dipendenza.

silviaconlaesse