
“13” è il titolo del nuovo album della band texana White Denim, tredicesimo di una carriera ormai ventennale e frutto della ricerca interiore del leader James Petralli, nato il 13 agosto. Un numero simbolo, dunque, che nella spiegazione di Petralli assume un doppio significato: l’indipendenza e la creatività nella sua accezione positiva, il caos e la sfortuna in quella negativa. Da qui la creazione di un disco che fa del crossover più eterogeneo il suo punto di forza, spaziando continuamente fra white e black music.
L’inizio è affidato all’alt-folk dalle tinte progressive dell’apripista (God Created) Lock and Key, che lascia spazio al country di scuola Wilco della successiva Chew Nails. Seguono l’electro a tinte orientali di Only a Fool, il dub di Time Time, la disco seventies di Crossfyre, con la bellissima voce femminile di Adryon De León, e il reggae da classifica anni Ottanta di Keep Calling Me (Baby).
Con Earth To si torna a sonorità maggiormente pop-rock, mentre That’s Rap rappresenta l’incontro fra le origini del genere (Gil Scott-Heron) e la contemporaneità (Anderson Paak). Stupendo il country da saloon western di Hired Hand #2, esaltante la soul music di Ruby e Matchbook Baby. Il finto finale della sperimentale Quiet Moment lascia il passo al southern rock della conclusiva Drive Trucks. Un mischiotto, essenzialmente, ma fatto con perizia e tanta tanta passione.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
